Anno II Numero 250 del 07/09/2010
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

Le Prospettive dell'Economia Reale e la Politica Industriale in Italia - Pierluigi Bersani

12/10/2004 -- Alla luce dei segnali di declino - e se di vero declino si può parlare - quali sono le prospettive dell’economia reale nel medio termine? L’intervento di Pierluigi Bersani, deputato europeo DS, al seminario Deigma di ottobre 2004

Questo è un tema da affrontare in modo ordinato essendo un tema sterminato. È vero che la caratteristica del declino è quella di non accorgersene e se noi ce ne accorgiamo forse non c’è, però è giusto parlarne perché abbiamo segnali che potrebbero lasciarci intendere una novità: cioè l’Italia che di fronte ai fenomeni nuovi, chiamiamoli riassuntivamente la globalizzazione, facendoci intendere con una parola che vuol dire mille cose, di fronte alla globalizzazione e di fronte ai nuovi cicli tecnologici ed alla divisione del lavoro di queste due cose interne, ecco l’Italia parrebbe in una situazione di difficoltà con qualche carattere strutturale. Al setaccio di questa globalizzazione verrebbero fuori delle difficoltà non semplici da sormontare e che ci mettono davanti a dei punti interrogativi forti, i dati ci suggeriscono di aguzzare la vista rispetto a questi problemi perché se noi chiamiamo provvisoriamente globalizzazione non so l’accelerazione degli scambi mondiali,che conosce già a sua volta le curve, crescere, ascendere, tutti dicono che riprenderà. Noi vediamo che la nostra perdita di peso relativo è superiore ai vari Paesi paragonabili a noi, è giusto paragonarsi all’Europa, non aver parametri diversi da questo. Così come all’interno di questo fenomeno di perdita di peso relativo l’elemento industriale è l’elemento che balza all’occhio con una evidenza particolare e questo e un problema perché noi, cosa che ci dimentichiamo sempre, siamo un paese particolarmente industriale, cosa che sfugge ai più, noi siamo il luogo dell’industria perché il nostro PIL deve alla produzione industriale più di quanto il PIL di altri Paesi europei debba alla produzione industriale. Ed ecco allora l’occhio sul carattere e condizioni di questo presunto rischio di declino, lo sguardo puntato su industria, servizi e dintorni, in questi dintorni ci mettiamo  quegli elementi di sistema che tutti ritengono essere connessi, progresso economico e sviluppo industriale e che poi anche essi segnalano delle perdite di velocità al paragone con altri Paesi europei. Ora quando si parla di elementi di sistema si parla di problemi antichi che ripeto al pettine della globalizzazione mostrano di essere delle evidenze critiche. Qui c’è un elenco molto lungo di cose classiche:dalle carenze infrastrutturali a questioni forse ancora più profonde, un deficit dal punto di vista del ruolo e della possibilità di intervento della Pubblica  Amministrazione, fino a elementi che riguardano le prestazioni delle nostre strutture scolastiche formative in termini quantitativi e qualitativi; o si sbagliano tutti quelli che fanno le tabelle o se ce ne è uno solo che ci prende noi siamo in fondo a questa classifica. E poi l’attitudine alla ricerca e all’innovazione , anche quello è un elemento…eccetera eccetera.
 E così per quel che riguarda  diciamo la struttura, il modo di essere della nostra industria, anche qui i problemi riflettono caratteristiche delle nostre industrie che sono anche queste caratteristiche antiche perché non è certo di oggi la nostra specializzazione produttiva in particolari settori in cui ci siamo specializzati, operativi, che hanno ritmi di crescita più bassi di altri e che hanno contendenti a livello internazionale più aggressivi, certamente questo e vero da tempo però prima non c’erano contendenti così aggressivi, poi noi siamo più specializzati di prima in questi settori, noi siamo più noi stessi adesso di vent’anni fa, noi siamo più piccola impresa adesso di vent’anni fa e siamo più made in Italy di vent’ anni fa, col piccolo particolare che noi chiamiamo made in Italy quella che per gli altri è la prima industrializzazione. E quindi questa specializzazione ha comunque la dimensione dell’impresa che viene percepita adesso in modo più stringente con possibile vincolo, antichi problemi nel rapporto finanza- impresa, e adesso tutto il dibattito che dice portiamo risorse…, non ci sono capitali, non c’è capitalizzazione, non c’è forza finanziaria nell’impresa, questo è un problema interno del nostro paese irrisolto dall’inizio che adesso ha una sua acutezza. Elementi che invece sopravvengono con una visibilità particolare: il tema della produttività che certamente balza all’occhio come una delle cose più impressionanti. Noi eravamo i campioni mondiali della produttività adesso noi perdiamo ritmo da un po’ di tempo. Se si potesse dire che è perché si lavora poco o perché la gente ha poca voglia di lavorare, allora vabbè, facciamo lavorare di più, o se potesse dire, cosa in parte vera, che c’è poca innovazione, insomma non vale solo questo, è la cosiddetta produttività totale dei fattori cioè sostanzialmente l’impatto della nostra struttura produttiva col ciclo tecnologico e quindi certo con l’hardware del ciclo tecnologico ma anche con quel tanto di riorganizzazione che le tecnologie ti danno la possibilità di darti ma che tu non pratichi fino in fondo, fino al culmine delle possibilità, perché c’è la piccola dimensione, per un insieme di cose, perché il sistema nell’insieme non ti aiuta. Per esempio qui si va avanti col fax, le lettere e le e- mail, chi la fa sul serio innovazione chiude le poste, abolisce francobolli e fax poi vedi che usano le e-mail, perché fare meccanismi di innovazione incrementari che non comportano lo sforzo, ma tu non lo fai perché il tuo interlocutore non lo fa e non puoi farlo del tutto neanche tu  e poi deficit di internazionalizzazione dovuti alla struttura e alla dimensione, problemi di terziario che non si è evoluto, adesso ci vuole un terziario più evoluto perché ad esempio uno che va in Cina o da qualsiasi altra parte del mondo sa dove sbattere la testa ma adesso non voglio dilungarmi perché l’elenco sarebbe lunghissimo con alcuni deficit sicuramente ricerca e innovazione, anche questo dovuto alla piccola dimensione dell’impresa. Morale: l’insieme di questi fatti e altri ancora ci portano a uno scenario che io descriverei così: noi abbiamo in questi anni un ripiegamento della grande impresa, siamo più piccoli anche perché siamo meno grandi e abbiamo meno delle grandi imprese e perché anche qui alle prove della globalizzazione nei settori cosiddetti dell’economia di scalo, settori tecnologici dove per essere nel mondo devi piazzarti nel mondo a una dimensione sufficiente, occupare i mercati in modo impegnativo a scala vasta, noi possiamo dire riassuntivamente nell’insieme non abbiamo retto questa sfida, noi abbiamo pochissimi soggetti che possono dirsi internazionalizzati in settori a grande scala e quando c’è stata l’occasione delle liberalizzazioni che è avvenuta ovunque con un richiamo ad investimenti nei settori dei servizi, non è solo in Italia che è venuta fuori l’occasione di mettersi nelle telecomunicazioni, nell’energia , nelle autostrade, è anche in altri Paesi gente che faceva un altro mestiere si è messa in quel mestiere, soltanto che là o ha continuato a fare anche il suo mestiere o c’era qualcun altro che comunque faceva altri mestieri, e qua invece no . Quindi c’è un ripiegamento della grande impresa con effetti di rilievo anche sull’insieme anche al di la del fatto in se, della statistica in se, che sono effetti di sistemi indotti  molto rilevanti, cioè la ricaduta degli investimenti di un certo gruppo ma anche la capacità di fare da battistrada nel mondo con presenze internazionali che facciano da apripista per la piccola media impresa, perché le cose avvengono così concretamente, se c’è uno la della FIAT che sta nel posto da venti anni e ha i suoi commercialisti del posto, arriva la un piccolo imprenditore e sa sempre dove sbattere la testa andrò da quello che lavora per la FIAT, che poi le cose succedono così, non è che bisogna andare a parlare il tedesco con la filiale… se non hai queste cose sei anche più debole nel sistema di relazione eccetera eccetera. Quindi questo primo grosso tema che ha reinvestito nel settore tecnologico e poi un processo di difficoltà per l’impresa minore, per la piccola media impresa settore di tradizione, che sta consegnando su una realtà dove è in corso, ecco è un po’ quello che si vede girando per i distretti appunto, situazioni locali e così via, un processo di selezione che è già in corso mentre discutiamo, non è che lo Stato ci ha dato niente, siamo tutti li ad aspettare che alcuni ci dicano dove si va, certo non sanno dove si va ma scelte ne prendono lo stesso, c’è chi rilancia , uno su dieci, c’è chi chiude, due su dieci, ce ne sono sei o sette che guardano cosa fai e questa media risulta per settori molto diversi tra loro, per esempio il settore delle calzature è nei guai fino al collo, il tessile ha le sue difficoltà, meccanica di minor significato dal punto di vista dei contenuti tecnologici, cosa diversa è una  meccanica che ha significati diversi, è chiaro che un conto è se uno va a Lumezzane a vedere come è messo il pentolame, un conto è se uno va a Reggio Emilia a vedere l’aerodinamica o la meccanica di precisione o un sacco di aziende che per fare una media nel loro piccolo segmento riescono ancora ad essere terze nel mondo, seconde nel mondo, quarte nel mondo. Attenzione anche loro hanno dei problemi di dire cosa faccio da grande perché comunque devono scegliere se andare a fare lo stabilimento in America, se vendere, se mettere qualcuno, se il figlio ce la fa e quindi  problemi generazionali, col credito, col commercialista e tutto quello che ho detto prima, però lì hai una scelta possibile, ci sono settori nei quali quest’impressione di una vera via di uscita per molte piccole imprese è una cosa ormai presente, che io ho trovato, con gerarchizzazioni, selezioni, verticalizzazioni, chiusure, movimenti che sono abbastanza rapidi, abbastanza impetuosi che non hanno quasi nessuna osservazione dal punto di vista sociale della politica niente. Cosi sommariamente descritto eccetera il problema è che fare? Primo bisogna reagire, perché uno può anche dire, come qualcuno ha fatto nelle simulazioni, prendiamo tutti i numeri che abbiamo, quelli della produzione industriale, quelli del PIL, e facciamo i pro capite, e qui il declino non risulta e questo è curioso, siccome l’andamento demografico è quello che è e le classi di età sono quelle che sono tu vedi che non esiste statisticamente con un paio di piccoli particolari perché se tu accetti questo meccanismo dopo un po’ il sistema di welfare diventa insostenibile, quindi tu puoi anche dire io provo ad arrendermi ad una deriva, a riposizionarmi in basso alla classifica, sono una società che non ha voglia di cercarsi…e mi metto, mi accosto e quindi non accetto gli immigrati,non mi pongo come…purchè sia chiaro che l’elemento critico che c’è ovunque in Europa di sostenibilità del welfare ci salta rapidamente, non da qui a chissà quando, già adesso vediamo dei problemi, qui o tu allarghi la base produttiva o allarghi il numero degli occupati in qualche modo o dai sangue fresco alla finanziabilità e alla solidità del welfare o rapidamente il welfare non sta in piedi .Secondo problema: è chiaro che quando tu abbassi la massa critica è chiaro che la quantità ti si riverbera anche nella quantità e quindi non c’è un punto nel quale uno può dirti mi fermo lì nella classifica  non  lo sai quale è quel punto,quindi tutto suggerisce di reagire, d’altronde poi uno si consola e va a vedere sia i rischi di declino sia le fasi di declino ne abbiamo alle spalle…adesso che ci stiamo occupando della cosa tutti sono tornati ad appassionarsi della storia, per esempio,cosa che mi è venuta in mente l’altro giorno,dopo il primo secolo dell’Impero Romano Caracalla diede la cittadinanza romana a tutto l’impero e questo derivava dal fatto molto semplice che l’ Italia aveva perso totalmente il peso relativo, perché l’olio lo prendevi dalla Spagna, perché le ceramiche le prendevi dalla Gallia, le robe di lusso venivano dall’oriente, l’economia si faceva tutta là e alla fine non sapevamo cosa fa la piccola impresa sotto Caracalla e quindi ha cominciato a mandare imperatori da tutte le parti. Quindi dobbiamo avere un’attitudine soprattutto alla politica, avere un’attitudine a dire che ci sarà…sapendo che un processo di selezione ci sarà. Allora, primo: bisogna specializzare le politiche, cioè uno deve mettersi in testa, è qui l’errore di questi anni qua, io  non è che affronto le situazioni del genere dicendo adesso mollo un po’ di briglie e tutto riparte, perché questo è stato l’errore, adesso scusate se vi faccio quest’accenno di attualità ma uno deve andarsi a rileggere l’assemblea di Parma, io l’ho fatto ma è interessantissimo da vedere, da vedere lì come c’è una linea  legittima in altre fasi, in una fase pre boom quella era una linea giusta  grosso modo salvo particolari perché il problema era: guarda io ti tolgo un po’ di regole contabili, do una botta al sindacato che rompe troppo i coglioni eccetera quindi ti godi un po’ i soldi, faccio le leggi di incentivazione, definanzio tutte le leggi perché così è stato, tutte le leggi di ricerca e sviluppo definanziate perché così fai quello che vuoi e tu lo sai, questo se siamo al pre boom può perfino essere la ricetta ma se siamo nella fase che ho descritto fin qui eh no! Qui devi chiamare con nome e cognome i problemi che ci sono e cercare di fare delle politiche che abbiano attinenza coi problemi che hai. Quindi bisogna predisporsi un programma, a proposito di flessioni eccetera, che abbia le caratteristiche, la pertinenza, sia quelli di sistema che  dicevo prima, primo fra tutti resta il tema dell’istruzione e della formazione, secondo lo stimolo di un mercato ben regolato ma più aperto a proposito di antichissimi temi noi abbiamo un corporativismo nella struttura del professionismo intrinseco nella struttura mentale che è micidiale, si riverbera a tutti i livelli, ma sia a livelli industriali. Allora per non fare l’elenco di tutti i problemi io dico questo: noi dobbiamo andare a cercare, dicevo ieri nella discussione che abbiamo avuto, secondo me dobbiamo fare lo sforzo di capire quali sono le forze cioè i trailer di un processo di riscossa, vedere con quale mano decidiamo di segnarci, individuare i punti di leva, anche i soggetti. C’è qui un tema generale che riguarda il tema delle classi dirigenti cioè una politica che riesca a far lo sforzo, dice ma se il rischio è quello del declino e quindi in gioco la possibilità di avere un futuro comme il fort(?) diciamo così, proviamoci a mettere cogli occhi di quelli che il futuro ce lo hanno per forza, proviamo a fare lo sforzo della politica e metterci con gli occhi di chi c’ha venti o trenta anni e vedere concretamente come vive, è molto concreto, che può andare dal fatto del considerare ad esempio che noi è vero che abbiamo meno brevetti sul numero della popolazione ma non è vero che abbiamo meno brevetti sul numero dei ricercatori, perché noi abbiamo pochi ricercatori, perché la quantità dei ricercatori rispetto agli addetti alla produzione è la metà di quella che hanno paesi comparabili al nostro. E se andiamo a vedere dentro a questo dato noi abbiamo giovani ricercatori che sono quelli messi peggio da ogni punto di vista e abbiamo un invecchiamento paradossale. Quindi in attesa di capire che cosa è la ricerca, l’università eccetera vogliamo guardare la cosa con gli occhi di uno che sta facendo il ricercatore e diamogli una mano a costo di sbagliarci, così come sugli aspetti demografici, internazionali eccetera, io continuo a dirlo, dovremmo fare un grandissimo piano riguardo alle case in affitto(?) per esempio, da cosa ci è suggerito questo fatto, perché oggi per formarsi in modo precoce, per spostarsi se sei un ricercatore, un insegnante o un lavoratore che vuole andare…questo è un vincolo micidiale eccetera. Quindi veder reggere la società da questo punto di vista, certo che i bambini prendono consenso dagli adulti perché è una società più vecchia del mondo da qui vent’anni siamo i più vecchi del mondo e quindi la politica tirata su per le stringhe delle scarpe però può affidarsi al fatto che per qualche adulto qualcuno ha…così nel settore industriale io credo che dobbiamo farci prendere un po’ per mano, un po’ essere guidati da quelli che hanno la possibilità di trovarsi a gestirsi una presenza internazionalizzata nella fascia alta o medio alta di produzione e che quindi possono collocare un’industria nazionale in un contesto di scala globale. Io credo che noi abbiamo dei soggetti che possono esprimere l’iter si dal punto di vista anche industriale che sono nei nostri settori di tradizione quelle fasce di impresa che ci sono, che riescono ad essere in qualche modo delle mini multinazionali in alcuni casi, cioè ad avere una struttura media ma sufficiente ad essere internazionalizzata, a produrre qui e anche altrove, che hanno una certa capitalizzazione e comunque un rapporto con la finanza evoluto, che hanno una loro logistica che hanno dei mali(?) che possono essere difesi o sviluppati più di quanto si faccia adesso e che hanno la possibilità quindi per una quota di quello che producono di organizzare anche il contributo di una microimpresa, di un fare italiano di grande qualità, quindi io sto parlando di un nostro settore… e quindi puntare sulla media impresa internazionalizzata e fare li davvero delle politiche che servono per sviluppare questa impresa ma in cambio anche di una politica di queste imprese che riesca a far crescere i sistemi locali o almeno a selezionare in modo positivo i sistemi locali, abbiamo certamente imprese adeguate ad una fase dove la cosiddetta componentistica può diventare una, cioè può darsi che tra dieci o vent’anni appaia riduttivo il termine componentistica perché chi fa l’insieme può anche  essere quasi immateriale e invece avere delle produzioni pezzo per pezzo che devono avere però carattere e qualità altissimi e in tanti settori come quello della produzione, della meccanica , della locomozione eccetera dove certamente abbiamo delle carte da giocare e quindi bisogna aiutare quelle piccole imprese che sono al primo, secondo, terzo e quarto posto nella loro nicchia a non perdere colpi a cercare di fare scommesse sul futuro anche loro, ad investire nei presidenti  giusti che magari adesso sono italiani…e infine bisogna che preserviamo una presenza in settori tecnologici senza pensare di poter replicarsi e quindi la nostra dimensione dobbiamo conoscerla. Però insomma io credo che ci siano settori che riguardano l’aeronautica, lo spazio, l’elettronica eccetera dei quali noi possiamo approfittare, una carta certo non da sola, a questo punto c’è ancora l’integrazione, anche qui superando le ritrosie di chi vuole avere il controllo nazionale puntando su mani e piedi ma in modo ragionato in traiettorie industriali che prevedono l’integrazione in scala continentale con altri soggetti, perché da soli non ce la facciamo. E su questo credo che noi abbiamo azioni da fare e anche figurine da scambiare, queste figurine da scambiare vuol dire anche che sono contesti di produzione economica che possiamo muovere, noi per esempio abbiamo in evoluzione un’area interessantissima di business che è lo sviluppo di servizi che in tutta Europa è in evoluzione ma da noi in modo particolarissimo, non è finita la storia delle telecomunicazioni, pubblicità, il gas, i servizi pubblici locali e i trasporti, le cose, non è finita, noi possiamo giocare con una qualche intelligenza che è il nostro ruolo, investirci su un settore più commerciale per la logistica ma anche interloquire con soggetti che possono interessati a qualche…
Mentre queste prime cose sono per cercare di delineare il contesto nel quale ci muoviamo ciascuna delle cose che ho detto presuppone anche delle politiche che possiamo chiamare politiche industriali, politiche di liberalizzazione, politiche di ricerca e di innovazione,politica di sostegno all’aumento della massa critica dell’impresa, politica di sviluppo di un terziario più qualificato che serva all’impresa, formazione e quindi riproduzione dei bacini di lavoro, di cultura del lavoro che sono… ho trovato l’intuizione. Io l’ho sempre detto nella mia regione non ho mai fatto una legge sugli esperti e la mia sarà l’unica regione anche perché sono periti viventi(?),  e devi cercare di capire in una selezione cosa c’è di permanente? Sono bacini di cultura del lavoro, quindi anche di specializzazione, quindi anche di grande capacità di riprodurre, capacità  di trasformazione. Questo bisogna assolutamente preservarlo  e vuol dire delle cose molto importanti vuol dire negli istituti tecnici dove li mandiamo a sbattere per cultura tecnica, per cultura scientifica , per integrazione del lavoro, vuole dire tante cose quindi chiudo così e sentiamo se c’è qualche domanda
 
DIBATTITO
-(Roberto) Essere un’impresa comporta molte difficoltà, noi dobbiamo cercare di non demonizzare questo aspetto, dobbiamo rispettare questa identità perché non possiamo diventare quello che non siamo. Una delle risorse scarse di questo paese è la capacità di fare sistemi. Abbiamo inventiva e abbiamo altre cose che ci caratterizzano molto: estremo individualismo, difficoltà di relazionarci con gli altri…Io chiedo allora: che cosa può fare la politica e quali politiche possono essere messe in atto? Ma in termini concreti, forse anche individuando dei meccanismi. Quali meccanismi possono essere messi in atto per far si che diventi conveniente e anche attrattivo per le piccole imprese stare insieme piuttosto che stare isolate?
-(Maurizio) Quadro molto chiaro. Già nel 1996 ci accorgemmo che la domanda di lavoro è una domanda poverissima in Italia ed è ancora oggi rimasta una domanda marginale. Anche sul tema della ricerca abbiamo speso molto in campagna elettorale. Io non vorrei che questa fosse una individuazione corretta dei problemi ma di un’assoluta mancanza di strategie per risolverli. E poi di fatto queste dinamiche che conosciamo bene si traducono in politiche che non vanno a colpire gli aspetti sostanziali. Un altro dei grandi temi latenti è quello del sommerso (grande confusione), resta il fatto che noi pubblicamente lo stimiamo al 26%...la domanda è: come mai noi sistematicamente utilizziamo questi grandi strumenti della retorica politica e poi dietro a questa  sostanziale valutazione completa non riusciamo a prendere il toro per le corna e ad affrontare il problema? La cosa che mi colpisce di più è questa sostanziale riproduzione di grandi temi del Paese a cui tecnicamente noi non riusciamo a dare risposte. La crisi della ricerca non c’è solo con questo governo ma c’è stata anche prima coi governi che hanno seguito la situazione precedente. Come mai non salta fuori un’altra idea? Perché francamente di idee se ne vedono poche.
-(Massimiliano) non si capisce nulla perché è troppo lontano
-(Andrea) Pongo anche io l’accento sulla forte divaricazione tra le politiche, anche laddove le abbiamo fortemente sostenute e poi i risultati ottenuti. Questo nonostante negli anni novanta siano cambiate molte cose della politica industriale, noi veniamo da un decennio in cui abbiamo fatto grandi privatizzazioni e liberalizzazioni, abbiamo fatto una riforma del sistema degli incentivi eccetera . I risultati sembrano dire che il sistema imprenditoriale non abbia intercettato neanche quelle due linee di trasformazione che in qualche modo la politica aveva dato.  E quindi ci si comincia a chiedere se sono state sbagliate certe scelte come le privatizzazioni, come sono state colte queste opportunità? E allora quale è stato il problema: è un problema di come hanno reagito i soggetti o di come sono state attuate le politiche?
L’altra cosa che volevo dire è sulle politiche:a me sembra che per fare quel salto di qualità sull’innovazione e la ricerca  in realtà da una parte occorre partire dai settori tradizionali però la mia sensazione è che  tutte le politiche di accompagnamento  che abbiamo fatto a questi settori  hanno puntato sempre su un binomio centrale che era quello tra la meccanica e il settore tradizionale
(Fine lato)
-Risposta di Bersani(?): quando si dice ricerca si dicono cose diverse, io devo constatare che avremmo anche parlato di ricerca e innovazione, però io vi segnalo che in termini di incentivazione industriale questi anni sono stati il tramonto di quel poco di incentivazione rispetto alla ricerca, io ricordo che la legge 46 del 2001 prevedeva dai 2500 ai 3000 miliardi di vecchie lire, magari non è giusto, correggiamolo però mi sembrava una straordinaria novità che lo stato italiano spendesse sei volte tanto rispetto a quello che spendeva prima. Naturalmente le cose poi cambiano nella durata, nessuna politica succede così,a noi manca la durata in questo paese. Quando mi hanno fatto ministro dell’industria nel 1996 la prima cosa che ho fatto non è stata inventarmi una nuova legge, la prima cosa che ho fatto è il rifinanziamento della Sabbatini e della Ossola, perché erano due leggi che funzionavano a giudizio di tutti e ritengo quella una stabilità che ha avuto effetti sistemici positivi e anche controintuitivi. Sicuramente quella è una legge che ha inciso, ma quella legge c’è da trenta anni! Nel nostro Paese c’è il problema della durata. Non è impossibile trovare qualcosa che abbia efficacia purché abbia una durata sufficiente, io non so rispondere a questa domanda in questa chiave: come facciamo a dare una durata sufficiente alle scelte ce decidiamo di fare? Nelle infrastrutture uno dice: facciamo un piano generale dei trasporti mettiamo otto priorità che ognuno può cambiare ma deve cambiarle con una procedura aggravata. Per questo poi continuiamo a parlare e non succede niente, che poi non è neanche così vero, guardate che noi stiamo facendo la più grande opera di Europa, che è l’alta capacità ferroviaria e il nostro grande problema è attenzione che arriva il 2009 cominciamo ad avere più del raddoppio della capacità ferroviaria in Italia e ci diremo: sarebbe bello avere i treni, bisogna tenere i soggetti che li facciano andare. Attenzione anche quando noi parliamo di infrastrutture non si riesce a dar stabilità al concetto, c’è una logistica da organizzare, ci sono dei soggetti da attrezzare, ci sono liberalizzazioni da fare , ci deve essere qualcun’ altro che si mette su quei binari. Dare stabilità al percorso di liberalizzazione, certo anche qui però è l’ingenerosità, perché non è tutto vero, se facciamo un’analisi attenta, che sia metà del quadro la riforma dell’elettricità sono il primo a dirlo, però attenzione noi paghiamo l’elettricità non una lira in più che nel 1996, il petrolio era 11 dollari al barile. Guardiamola bene questa storia dell’inflazione, se i consumi sono più o meno quelli lì, gli addetti nell’insieme tra commercio dipendente e autonomi sono aumentati, il numero di piccoli esercizi dopo venti anni che calava è aumentato, le grandi superfici sono aumentate del 30% in questi anni, questi dati si chiamano efficientemente(?). Ci vuole durata in queste politiche e io non so come risolvere questo problema della durata. Anche per il particolarismo servirebbero delle politiche di durata, è chiaro che si devono dare delle botte dal punto di vista fiscale, dal punto di vista di incentivazioni permanenti e serie intanto favorendo tutti i meccanismi che ti fanno cogliere l’occasione, per esempio l’internazionalizzazione, la presenza sul mercato internazionale è un’occasione anche per riflettere tra imprese su questo punto. Il tema di sufforniture che devono avere un carattere di collegarsi, di specificità e di qualità particolarissimo creano delle strutture di vicinato immateriale che possono essere occasioni per fare business assieme, fusioni vere e proprie, crescita dimensionale, politiche di sostegno. È chiaro che il vicinato una volta aiutava il vicinato a far massa critica, però insomma anche qui politiche di dieci anni  ti cambiano, forse politiche fiscali fatte bene la cambiano anche prima. Cioè non ci sarebbero solo i titoli, ci sarebbero anche dei capitoli da sviluppare in queste politiche. Così come anche questi problemi dell’uovo e della gallina: è la scuola che offre poco o è l’impresa che non chiede? Però non è detto da che lato sia giusto prenderlo questo problema, probabilmente da tutti e due i lati. Anche una limitata sovracapacità produttiva delle nostre università nel fornire ingegneri e anche la possibilità di aere ingegneri a basso costo rispetto ad altri luoghi d’Europa può essere la miccia che si accende in molti luoghi di Italia come ad esempio il mezzogiorno. Sono certamente per fare le cose nuove, mi preoccupo di dire siamo quel che siamo perché sennò noi divaghiamo, cioè noi dobbiamo fare cose nuove ma attenzione, noi abbiamo un sistema che in questo momento è in sofferenza vera. Quel che dice Andrea è vero, la meccanica è la nostra grande madre, tutti i settori del made in Italy hanno trovato lì la chiave per serializzare della qualità,e serializzare della qualità comporta che qualcuno ti faccia delle macchine adatte a quel che serve a te, e questo vale per tutti i settori, il tessile, il biomedicale… Quindi anche qui politiche di durata quando dici la ricerca, ricerca industriale vuol dire anche prendere un gruppo di imprenditori che pensano di potercela fare, affiancargli dei ricercatori, finanziarli con la 46 cinque anni per poi alla fine vedere cosa succede e se hanno combinato qualcosa, la durata anche qui. Quindi anche il nuovo, io spero che Siniscalco porti avanti la cosa che già sentito dire, che era anche una nostra idea. Io credo che avere un fondo dei fondi cioè di aere uno strumento che in condizioni di mercato però abbia una forte intenzionalità pubblica e inneschi meccanismi su altri fondi, che vadano a cercarsi queste cose qui, le sostengano eccetera accettando i fallimenti potrebbe essere un’idea perché risulta anche a me che questa possibilità c’è.
-(Andrea Mannucci) La seconda caratteristica distintiva del nostro Paese che sicuramente è particolare è l’enorme catastrofico veto della comunità, tutte le attività che lei ha suggerito per la nostra società, alla fine del suo intervento le ha elencate come possibili politiche,  una delle politiche necessarie non sarebbe la politica… riducendo il peso della spesa pubblica sul PIL e se lei fosse d’accordo con questa opinione quale è secondo lei l’incidenza di spesa pubblica sul PIL obiettivo che si dovrebbe raggiungere nell’arco di un quinquennio?
-(Fabio Taiti) non si sente nulla perché è troppo lontano
-(Luca Celli) non si sente nulla perché è troppo lontano
-(Edoardo) si sente poco anche questo
-(Andrea) (si sente davvero poco) Dopo aver visto questa analisi mi sembra di capire che sia un persona moderna. Lei dice che bisogna avere durata, bisogna avere continuità negli interventi, le politiche hanno bisogno di tutta una serie di fattori, però tornando alla qualità una domanda molto banale che sta circolando in questi giorni: non voglio chiedere quante delle riforme del governo Berlusconi verranno abbandonate o meno però nell’ottica del centro sinistra che tipo di risposta si può dare al problema della durata. Il problema della durata non è una cosa che va in secondo piano se la mettiamo in relazione alla valutazione dei risultati delle politiche. C’è un problema dal punto di vista della politica di riuscire a quantificare in termini obiettivi , reali e condivisi i risultati al di la delle questioni politiche di alternanza. È una questione di metro. L’altra cosa è sulla specializzazione:la risposta di specializzazione e quindi di focalizzazione è una risposta di tipo economico ma la focalizzazione ha una forte componente scientifico e sociale molto importante, come gestire i costi della focalizzazione?
-(Stefano) Volevo chiedere se nella sua opinione che penso sia anche del centro sinistra c’è un’idea dell’agricoltura possa essere un’ utilità produttiva vera e propria.
-(Giorgio)non si sente
-(Silvio) io mi occupo di politica industriale e vedo  che sempre quando  oggi si parla di politica industriale si inizia sempre qualunque documento con la parola “è necessario fare una politica selettiva”, questo sta nell’introduzione poi nei fatti questa politica selettiva non la vedo. Questa selettività come realmente può essere fatta?
-(Dario) si sente troppo poco
-(Sergio) si sente troppo poco
-(Risposte di Bersani) La reazione degli imprenditori, io non darei un giudizio così negativo, certamente abbiamo degli imprenditori che si sono allenati non tanto nell’incentivazione. Noi abbiamo avuto una svalutazione e certamente questi si sono abituati a questo anche se nei casi migliori hanno sempre usato la svalutazione come un’occasione per afferrare un mercato, un cliente dopodiché quelli buoni se lo tenevano anche quando…non sempre la svalutazione rispondeva così, noi abbiamo la prova provata che abbiamo settori di piccole imprese che riuscivano a reggere a tenersi, perché una volta afferrato il cliente prima di mollarlo ci pensi due volte, la FIAT semmai aveva qualche problema in più. Non sono mai stato un amministratore della piccola impresa ma che sia adesso del tutto una patologia dello sviluppo industriale mi sembra logico crederlo. Penso anche io che un Paese sia in un singolare problema se non ha grandi imprese però tant’è, adesso in attesa di averne delle altre vediamo come fare. Io credo però poi che noi abbiamo un’imprenditoria di massa che ha delle reazioni che sono anche relative a dei generali meccanismi di fiducia nel sistema  noi dobbiamo dare a questa massa di imprenditori un segnale che incoraggi, noi abbiamo un capitalismo così, io sarò poco problematico ma star lì ad elencare tutti i difetti… certamente un conto è parlare di industria e un conto è parlare di capitalismo italiano. Ci può essere un declino dell’industria che deriva da un ripiegamento del capitalismo italiano. Noi abbiamo dal punto di vista del  sistema del capitalismo un problema molto serio al quale tentò di ovviare la mano pu

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