La politica da governare - di Maurizio Sorcioni
10/10/2005 -- Le “5 tesi per un’opposizione efficace alla Controriforma elettorale” proposte da Ceccanti rappresentano un interessantissimo spunto di riflessione sul futuro della politica. Nelle democrazie evolute, infatti, il consenso non è soltanto uno strumento di selezione della rappresentanza ma anche uno fattore di regolazione dei comportamenti della “classe” politica. Forse dobbiamo immaginare una società capace di governare la politica proprio per compensarne le spinte autoreferenziali, selezionando i candidati con le primarie e scegliendo la rappresentanza in forma diretta
Le “5 tesi per un’opposizione efficace alla Controriforma elettorale” proposte da Ceccanti rappresentano un interessantissimo spunto di riflessione sul futuro della politica. In sintesi il ragionamento proposto è questo: 1) con la controriforma l’elettore voterà solo per il partito e non per la coalizione; 2) finisce il rapporto controllabile tra eletto ed elettore; 3) si introduce un premio a non far governare l’atro; 4) nel centro destra nessuno intende dimettersi per difendere il maggioritario; 5) prepariamoci quindi al peggio e pensiamo alle contromisure, che Ceccanti vede nel rilancio dell’Unione e nell’assunzione di una posizione netta in favore del maggioritario, modello che gli italiani sembrerebbero apprezzare molto più di quanto sia apprezzato dalla classe politica.
Il ragionamento di Ceccanti, ha il pregio di spostare il confronto dalla questione “etica”, del tutto inopportuna, ai temi della politica, suggerendo elementi di strategia e alcune soluzioni tattiche per il breve periodo. Ma gli aspetti di maggiore interesse, quelli appunto che parlano al futuro, compaiono sullo sfondo e riguardano il rapporto tra politica e società. L’esempio della riforma elettorale proporzionale francese della metà degli anni ottanta, costruita ad arte da Mitterand e che ne causò la sconfitta, è calzante e mostra come nelle democrazie evolute il consenso non sia soltanto uno strumento di selezione della rappresentanza ma anche uno fattore di regolazione dei comportamenti della “classe” politica.
Ceccanti, che è tra i principali ispiratori delle primarie, sa bene che la coerenza dei comportamenti rappresenta un’eccezione e non la regola, ed in questo senso il fenomeno Berlusconi è già il futuro.La moltiplicazione e l’individualizzazione degli interessi sociali, la prevalenza di valori post materialistici e la dimensione poliarchica dei poteri, spingono inevitabilmente la rappresentanza politica nelle democrazie evolute a frammentarsi ed a far valere il proprio potere di interdizione. Ad esso si sacrificherà sempre più si la coerenza per rincorrere la “morale giusta al momento giusto”.
Per questo, nell’immaginare il futuro, dare ai cittadini maggior potere di controllo appare a Ceccanti l’unica soluzione. La possibilità di regolare i comportamenti della politica, selezionando i candidati con le primarie e scegliendo la rappresentanza in forma diretta, compenserebbe le spinte centripete della politica e la progressiva - e forse naturale - perdita di coerenza, accettando anche i limiti che il personalismo si porta dietro.
All’asse della contrapposizione tra destra e sinistra del primo Novecento si è aggiunto, dagli anni Settanta in poi, quello che contrappone riformismo e conservazione scomponendo la rappresentanza politica non più su una retta ma su un piano. La distinzione tra integralismo e laicismo prefigura un terzo asse, scomponendo ulteriormente lo scenario politico nello spazio a tre dimensioni, aumentando la complessità del sistema e quindi l’incertezza. La ricerca di un consenso “in tempo reale” è la conseguenza di questo processo, ed il posizionamento di partiti e organizzazioni politiche all’interno dello scacchiere varia in relazione agli argomenti ma – sempre più spesso - ha come obbiettivo la semplice conservazione del proprio potere di interdizione con buona pace della coerenza. Ed è difficile pensare un ritorno al passato.
Forse dobbiamo immaginare una società matura, capace di governare la politica (finora il paradigma normale è al contrario: la politica governa la società). E per quanto ognuno di noi possa pensarla più o meno civile, più o meno aperta, l’esigenza da parte della società di regolare i comportamenti della rappresentanza politica attraverso il consenso tenderà a crescere, perché i costi dell’autoreferenza sono troppo elevati.
Per avere un’idea del prezzo pagato, è sufficiente leggere il bel libro di De Rita Il Regno inerme, dove viene descritta con grandissima lucidità la disfatta delle istituzioni pubbliche che “servono sempre meno alla società e sempre più a quelli che le occupano o che tentano di guidarle”.
La crescente vocazione maggioritaria dell’elettorato è un secondo importante riferimento per il futuro. Ceccanti non sembra avere dubbi ed i dati, per quanto incerti sembrano dargli ragione. Il Censis all’indomani delle elezioni regionali ha proposto un’analisi accurata degli orientamenti e delle aspettative ed i dati proposti descrivono bene i sentimenti medi dell’elettore italiano. La domanda a cui la ricerca cercava di rispondere è, in estrema sintesi la seguente: c’è un elettorato post proporzionale?
Il Censis spiega che questa cultura non c’è. La struttura molecolare del sistema produttivo e l’architettura poliarchica degli interessi richiedono un modello elettorale proporzionale. Una tesi non nuova che la Fondazione porta avanti da tempo con la invidiabile coerenza intellettuale che la contraddistingue.
Tuttavia i dati proposti appaiono quantomeno controversi e sembrano giustificare anche la convinzione opposta ossia che l’Italia stia effettivamente diventando un paese post proporzionale, magari pur non essendo ancora qualcos’altro.
Alle regionali il 30% degli elettori intervistati dal Censis non sapeva per chi votare. La quota di incertezza è ormai fisiologica visto, per altro, che vota per “fede politica” poco più del 46% degli italiani. Per la maggioranza non è questa la ragione del voto. La campagna elettorale è stata letta, piuttosto, alla luce di argomenti molto più concreti. L’economia e l’occupazione (40%), le tasse (31%), la sanità (24%), sono i temi che più hanno influito sulla scelta elettorale. Solo l’11% richiama la riforma costituzionale ed il federalismo. Per altro, vale la pena ricordare che nelle regioni del Sud dove c’è stato un cambio di maggioranza si sono registrati tra il 2000 ed il 2003 le variazioni negative maggiori del PIL (-21% Calabria) e dell’occupazione (-4,6% Puglia).
Il 15 % dell’elettorato ha cambiato opinione durante la campagna elettorale, e il passaggio da uno schieramento all’altro è stato tra i maggiori degli ultimi anni. I “migranti” dal centro-destra al centro-sinistra sono prevalentemente donne (65,6%), coppie con figli (55%) e giovani (25%), mentre il 59,9% è residente nel Mezzogiorno. La mobilità elettorale è dunque un fatto e l’incertezza può essere forse letta in funzione di maggiore difficoltà di scelta e di una maggiore esigenza di approfondimento.
La forte e crescente mobilità, la minore pressione ideologica e la maggiore attenzione ai risultati sono comportamenti relativamente recenti ed emersi appunto nella fase del maggioritario. E sebbene non si possa parlare di un orientamento esplicito, certo è che il ritorno al proporzionale sembra lontano dagli umori della maggioranza degli italiani. Sarà per questo che solo l’11% dei votanti, al tempo delle regionali (cioè pochi mesi fa), voleva cambiare la legge elettorale o il funzionamento delle istituzioni.
Proprio per le sue tentazioni autoreferenziali la politica, comunque, è tenuta dagli elettori sotto osservazione. Solo il 38% ha fiducia nella classe politica nazionale ed il 46% in quella regionale. Per il 64% il capo del governo dovrebbe essere eletto direttamente dai cittadini, e la dote principale dovrebbe essere l’onesta individuale (33%), seguita dalla capacità di amministrare (26%), mentre 15 elettori su cento mettono al primo posto le idee politiche.
L’elettorato post proporzionale mantiene, tra l’altro, un atteggiamento prudente anche verso gli attuali sistemi elettorali: solo il 52% è, infatti, convinto che il proprio voto possa modificare il futuro del paese. Ma siccome un’astensione all’americana avrebbe costi troppo elevati, la percentuale dei votanti alle ultime regionali è cresciuta e con essa sembra crescere la domanda di strumenti democratici di indirizzo, verifica e controllo della rappresentanza.
Una domanda che per il futuro sembra concentrata su tre macro obiettivi: garantire la durata dei governi locali e nazionale come condizione per dare risposte concrete ai problemi di tutti i giorni; dare concretezza post ideologica alle tematiche da affrontare, scegliere chi candidare e chi governerà. Per il resto, l’elettorato chiede alla politica di fare semplicemente il proprio mestiere e cioè individuare ed attuare le soluzioni più efficaci.
Per questo la sostituzione dell’etica della politica con la politica dell’etica (che si traduce nella ricerca mediatica della morale giusta al momento giusto) non potrà funzionare a lungo. Il futuro è quindi legato - come si è detto - alla domanda crescente, da parte della società, di maggior controllo e governance della classe politica cui la società stessa intende affidare il lavoro di rappresentanza nelle istituzioni di governo. Ed è su questo protagonismo della società che in futuro saremo sempre più chiamati a ragionare, indipendentemente dalle tante incoerenze della politica che ancora per qualche tempo saremo costretti a discutere.
PS. Questo testo è stato scritto prima che fosse noto il risultato delle elezioni primarie. 3,5 milioni di votanti ed il 74% di preferenze a Romano Prodi rappresentano un’ulteriore corroborazione del ragionamento di Ceccanti. Ora le sue considerazioni tornano al centro del confronto e viene da chiedersi come la classe politica sfrutterà questa lezione di futuro.
La cosa mostrata