Anno II Numero 253 del 10/09/2010
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

PERCHE' LA LISTA UNITARIA AL DI LA' DEI SUOI LIMITI E' UN GRANDE PROGETTO - di Stefano Ceccanti

20/05/2005 -- Siamo tutti intenti a concentrarci in questa fase sulle candidature della lista unitaria, che in qualche caso sono deludenti, e che si collocano dentro un processo costituente indubbiamente “freddo”, almeno sinora. Ma prendiamo un po’ di distanza dall’attualità per elaborare un giudizio più meditato, per capire perché, nonostante questi problemi, attraverso la lista sta nascendo effettivamente e fecondamente un centrosinistra senza trattino, più conforme alle attese degli elettori.

Siamo tutti intenti a concentrarci in questa fase sulle candidature della lista unitaria, che in qualche caso sono deludenti, e che si collocano dentro un processo costituente indubbiamente “freddo”, almeno sinora. Ma prendiamo un po’ di distanza dall’attualità per elaborare un giudizio più meditato, per capire perché, nonostante questi problemi, attraverso la lista sta nascendo effettivamente e fecondamente un centrosinistra senza trattino, più conforme alle attese degli elettori.

Parto dal libretto di Michele Salvati sul Partito Democratico uscito per “Il Mulino” qualche mese fa. Salvati capovolge meritoriamente il rapporto tradizionale che viene proposto tra cambiamento delle regole elettorali e cambiamento dei partiti politici. In genere il ragionamento che si fa è il seguente: “sono cambiate le regole elettorali e hanno imposto un cambiamento di partiti”. Invece Salvati, secondo me molto acutamente afferma: “Quella malfatta legge elettorale maggioritaria è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E stata il bambino che ha gridato che il re era nudo, nudo dal 1989. Essa ha solo reso evidente che le tradizioni politiche della Prima Repubblica erano arrivate ad un punto morto.

Il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana erano culturalmente finiti, la loro funzione storica si era esaurita, il paese richiedeva una riorganizzazione radicale delle sue forze politiche”. Quella è stata l’occasione per dei mutamenti culturali di fondo, per superare le due crisi congiunte degli elementi strutturanti del sistema dei partiti, cioè la crisi di una sinistra a maggioranza comunista e, simultaneamente, dell’unità politica dei cattolici. Due elementi anomali, tipici da decenni del solo sistema politico italiano, che insieme sono caduti. In origine erano stati elementi anche positivi per il sistema politico italiano, ma poi, come ben sappiamo, funzionavano da “cappa di piombo”.

Ritrovo elementi di questa chiave di lettura in due altri contesti europei, di qualche decennio prima. Comincio da quello temporalmente più vicino, che traggo da un brano molto bello del principale autore della Costituzione spagnola, il professor Gregorio Peces Barba, narrato nel suo libro “La democrazia en Espana” del 1996. Peces Barba va a Roma, a metà degli anni sessanta, perché vari intellettuali spagnoli dell’opposizione meditavano che tipo di struttura costituzionale, che tipo di sistema dei partiti dare alla Spagna, una volta che fosse caduta la dittatura. E allora, che cosa fa Peces Barba, che veniva dall’associazionismo cattolico? Va con altri spagnoli, che avevano seguito il Concilio Vaticano II, a cena con Carlo Donat Cattin. E gli chiedono se abbia senso o meno formare un partito democristiano. “Donat Cattin rimase in silenzio e ascoltava con grande interesse. Alla fine intervenne e ci sorprese, dicendo che dovevamo abbandonare tutti i nostri progetti. Dovevamo abbandonare l’idea di fare un partito democristiano perché, dal suo seno, sarebbe stato impossibile realizzare le riforme che volevamo.” Al che loro sono un attimo perplessi e dicono, qui parafraso per semplificare: “Ma, scusi, non abbiamo ben capito… Ma Lei in Italia fa il ministro di un partito che noi vorremmo fondare e che lei ci sconsiglia di creare?” Risponde Donat Cattin: “In Italia l’equilibrio delle forze è al millimetro e sarebbe irresponsabile da parte mia romperlo, abbandonando la Democrazia Cristiana”.

C’è poi un altro esempio, quello francese. Il padre domenicano Jean-Augustin Maydieu, che in Italia è ignoto, è stato uno dei protagonisti della Resistenza a Bordeaux ed educatore in quella fase di molti leaders emersi nel periodo successivo. Tra di essi c’era il grande studioso Maurice Duverger che nel colloquio storico di qualche anno fa ci tramanda un ricordo molto interessante (“Jean-Augustin Maydieu. Actes des colloques”, 1998). Nel 1945 a Duverger viene offerta la candidatura per il partito democristiano Mrp nelle elezioni per la Costituente. Si reca prontamente dal padre Maydieu, suo “direttore di coscienza politica”, per chiedere consiglio.

Al di là degli aspetti personali, per cui Maydieu lo invita a privilegiare la propria vocazione di intellettuale che richiede margini di libertà maggiori di quelli di un’esperienza di partito, è interessante l’analisi politica del domenicano.

Il nodo del sistema politico, quale si andava polarizzando tra De Gaulle da una parte e i comunisti dall’altra, sarebbe stato l’impossibilità dell’alternanza, che avrebbe condotto, volente o nolente, il Mrp ad essere “l’ala sinistra di una maggioranza conservatrice”.
Viceversa, secondo Maydieu, i cattolici che avevano vissuto l’evento collettivo della Resistenza, avevano per ciò stesso compreso “la situazione sociale reale, molto diversa dalle immagini tradizionali della Rerum Novarum e della Quadragesimo Anno” e, affratellati ai comunisti da tale esperienza avrebbero potuto “favorirne un’evoluzione” in senso democratico, contribuendo così a superare “l’assimilazione tradizionale tra il conservatorismo e il clericalismo e tra la sinistra e il laicismo”. “Voi dovete riflettere non su una democrazia cristiana, ma su un socialismo democratico: C’è tutto da fare su quel terreno”, emancipando la sinistra dall’ideologia comunista e il cattolicesimo politico dal moderatismo.

Duverger si convinse e non si candidò, intraprendendo la carriera universitaria e quella di editorialista di “Le Monde”, grazie alla presentazione del padre Maydieu presso un altro grande resistente cattolico, Hubert Beuve-Méry, fondatore del quotidiano.

Un filo rosso che sarebbe diventato realtà con la nascita del nuovo partito Socialista del 1971 e che ci è poi narrato, nei suoi riflessi ecclesiali, dall’allora vice presidente della Conferenza Episcopale, al tempo di Paolo VI, mons. Matagrin, discepolo di Emmanuel Mounier, morto nello scorso febbraio. Matagrin, nel suo “La chene et la futaie”, uscito nel 2000 per Bayard Presse, ci rivela i suoi colloqui con quest’ultimo e la ferma convinzione di Montini che il pluralismo politico dei cattolici fosse positivo in Francia, ma non (ancora) in Italia, perché quest’ultima era ancora una democrazia particolare, perché la sinistra aveva un partito maggioritario che si denominava comunista, non pienamente acquisito alla democrazia occidentale a differenza dei socialisti francesi. Un giudizio quindi non ideologico, ma storicamente motivato.

Non sta in fondo accadendo da noi ciò che altrove era maturato qualche decennio prima? Non è l’Europa che e tra in Italia attraverso, paradossalmente, una lista per rappresentare l’Italia in Europa?

Evidentemente, come capita quando le classi dirigenti non sono in grado da sole di pilotare la successione di un diverso sistema di partiti e la transizione si avvia in modo tumultuoso, nella fase di transizione capita a molti di sentirsi come il popolo ebraico durante l’esperienza dell’esodo: rimpiange le cipolle della schiavitù di Egitto perché non vede ben chiaro di fronte a sé. Tuttavia, sarebbe sbagliato, lo dico a chi è tentato di provare questi sentimenti sia in nome dell’identità “cattolico democratica” sia di quella della “sinistra”, non cogliere la logica dei segnali di cambiamento.

Il centrosinistra presenta sinora uno scarto indubbio tra le domande rilevate dai suoi elettori e la conformazione del sistema dei partiti. Quando uno schieramento regolarmente subisce un gap rilevante tra voto maggioritario e voto proporzionale a favore del voto maggioritario, significa che la struttura del suo sistema dei partiti non è convincente per i suoi elettori.

E ciò regolarmente, fino ad arrivare agli estremi del voto regionale del Friuli Venezia Giulia, in cui il centrosinistra prende, tra il voto alla sola persona di Illy e quello alla lista di Illy, un 25% in più sul voto che va alla somma dei suffragi dei partiti tradizionali.

I candidati sindaci del centrosinistra ricevono normalmente voti su di sé molto di più di quelli di centrodestra. Anche le liste civiche che saltano i partiti politici sono per lo più un fenomeno di centrosinistra. Ciò significa che, evidentemente, c’è un gradimento potenziale di buona parte dell’elettorato di centrosinistra che non trova nella conformazione della struttura dei propri partiti una risposta.

E qui si colloca la risposta della lista unitaria, che prefigura inevitabilmente un soggetto politico, e che tende esattamente a dare una risposta a quel problema. Anche altri sistemi di partiti hanno attraversato fenomeni analoghi: hanno prima presentato, in sede elettorale dei soggetti politici che, per certi versi, non esistevano ancora; e, sulla base di questi successi, li hanno poi stabilizzati.

La storia elettorale francese, che ha una frammentazione di fondo come orientamento, non diversa dalla nostra, ha visto nascere nel centrosinistra un partito, il nuovo Partito Socialista, a cui accennavo prima, come prosecuzione ideale delle candidature di François Mitterrand alle elezioni presidenziali; e anche il centrodestra ha visto nascere il partito di Chirac prima delle elezioni legislative, come prosecuzione della sua candidatura alle elezioni presidenziali vinte.

Noi siamo, dunque, in presenza di una ristrutturazione di fondo, una semplificazione del sistema dei partiti, imposta da orientamenti di fondo dell’opinione pubblica. E cosa è già accaduto in fondo con la Margherita che è nata effettivamente solo dopo che si era presentata come mero accordo elettorale, sull’onda del suo successo?

Nel modo in cui molti elettori di centrosinistra, soprattutto delle fasce generazionali più recenti, si accostano alla politica, non ci sono più il centro e la sinistra separati, che si debbono alleare tra di loro, restando distinti e distanti. Molti dei miei studenti di scienze politiche, anche politicizzati, quando spiego loro la conformazione del sistema dei partiti durata fino al 1992 e parlo della Dc e del Pci reagiscono come se parlassi loro del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, come strane sigle del passato che non hanno da dire granché all’oggi. La somma separate tra centro e sinistra era il modo “emergenziale” in cui è nato l’Ulivo, ma esso non è più vissuto così da fasce sempre più grandi di elettori. Per questo Prodi con la lista unitaria ha osato dare una prima risposta, parziale e provvisoria, a una domanda reale..

Quando gli studiosi del comportamento elettorale ci dicono che il 75% degli elettori DS voterebbe, come prima opzione alternativa, Margherita e il 75% degli elettori Margherita voterebbe DS, questo significa che non esiste il centro separato alla sinistra: e questo spiega perché le dirigenze di questi partiti hanno accettato la proposta, pur con varie riserve mentali perché esse si sono formate quasi per intero in identità separate e vivono questo passaggio come una forzatura esistenziale prima che politica.

Invece gli elettori di opinione, di area urbana, delle nuove classi di età, che non sono stati socializzati alle identità separate del centrosinistra, decidono prima che cosa votano sulla scheda maggioritaria, e dopo votano sul proporzionale il partito che assomiglia di più alla coalizione: nell’anno ’96 votarono Ulivo e poi ciò che assomigliava di più all’Ulivo cioè il Pds, circondato allora da tanti piccoli partiti monoculturali; nel 2001 gli stessi elettori votarono prima Ulivo e poi votarono Margherita sul proporzionale, che era la realtà che appariva più pluralista e analoga all’Ulivo maggioritario.

Dunque l’identità è quella del maggioritario, e la scelta sul proporzionale non è sempre chiara. Tant’è che un milione e mezzo di elettori vota Ulivo sul maggioritario, ma si perde nella scelta delle varianti al proporzionale. Oltre tutto, già oggi tutti e due i partiti-guida sono pluriculturali: pur essendo i DS prevalentemente post-comunisti e la Margherita prevalentemente post-democristiana, in entrambi si hanno dei mix ideologici.

La difesa delle identità tradizionali è già stata ampiamente ridimensionata nei passaggi parziali sin qui condotti e nei rimescolamenti prodotti: la suddivisioni tra le correnti esplicite nei Ds e in quelle meno formalizzate nella Margherita non corrisponde meccanicamente alle provenienze pregresse. Inoltre quando esplodono conflitti programmatici, questi non c’entrano nulla con la divisione tra DS e Margherita, ma attraversano entrambi i partiti e le formazioni minori.

L’Italia non è nella domanda politica niente diversa, oggi, in termini culturali dal resto dei sistemi politici europei. E’ per questo che vengono proposti e realizzati questi progetti unitari, non perché lo scriva convincentemente Salvati o lo proponga autorevolmente Prodi o perché lo impongano le regole elettorali. Le diverse identità culturali non possono semplicemente sopravvivere stancamente in tanti contenitori partitici diversi e convivere solo al momento delle coalizioni.

Questo è un modo molto tradizionalistico di vedere le cose, che non corrisponde più alla realtà e quanto prima l’offerta politica se ne renderà conto tanto prima ne usciremo con proposte convincenti. Se prendiamo i principali dirigenti politici europei e i principali intellettuali che fanno riferimento a queste aree politiche nessuno risente solo di una tradizione politica. Richiamavo prima Peces Barba, che è il teorico dei diritti fondamentali in tutta Europa: egli ha fatto una sintesi tra il pensiero del cattolicesimo democratico di Maritain e il liberalsocialismo di Bobbio. Duverger ha cumulato in modo analogo vari elementi, dal personalismo cristiano di Maydieu al liberalismo di Popper e Dahrendorf ai vari filoni del socialismo democratico.

Nessuno di noi potrebbe dire quanto nei leader del centrosinistra europeo c’è di cattolico, di liberale o di socialista. E ciò vale simmetricamente anche per il centro-destra.

Ricordo un articolo tra il serio e lo scherzoso che scrisse Achille Ardigò nell’anno 1980 su “Appunti”. Si intitolava “Ballerine e partiti”, in cui segnalava che il congresso della Cdu si era concluso chiuso con l’esibizione di ballerine in topless. Ciò perché ormai la «C» non valeva più come “C” di “cristiano”, ma di “conservatore”, aggregando con tale denominatore comune cristiani, protestanti e atei.

Possiamo e dobbiamo leggere per alcuni aspetti questi mutamenti anche come potenziali degenerazioni della politica; però l’idea di partiti chiusi in gabbie monoculturali, che al massimo si coalizzano tra di loro, fa comunque parte del passato remoto in Europa e non costituisce una vera alternativa. La frammentazione che resta forte in Italia contribuisce in realtà all’autoreferenzialità di ciascun micro-gruppo dirigente; e l’autoreferenzialità, per certi versi, è tanto più grande quanto più piccolo è il partito.

Invece abbiamo bisogno di metodologie democratiche nuove, come per esempio le primarie o altri strumenti, che permettano di coniugare il grande pluralismo interno, che dobbiamo saper mantenere e soprattutto alimentare dentro questi contenitori unitari, con la capacità di esprimersi liberamente in forme nuove.

Per questo, nonostante tutte le critiche legittime, il successo della Lista unitaria può rappresentare un’importante accelerazione per un futuro europeo del nostro centrosinistra.



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