Anno II Numero 250 del 07/09/2010
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

5 tesi per un’opposizione efficace alla Controriforma elettorale - di Stefano Ceccanti

07/10/2005 -- Con la riforma del sistema elettorale attualmente in discussione in Parlamento la coalizione esisterà solo in modo virtuale e tutto sarà mediato dai partiti. Anche il concetto di rappresentanza subirà un colpo mortale: i dirigenti di partito potendosi candidare in tutte le circoscrizioni, dopo il voto, col gioco delle opzioni decideranno la sorte di coloro che stanno in mezzo alla lista. L’obiettivo della riforma è garantire all’attuale maggioranza in rotta, un recupero di almeno 40-50 seggi, anche a costo di ridurre la governabilità del paese grazie all’aumento del potere di interdizione dei partiti minori: ma questo sarà un problema che ricadrà sul centro-sinistra candidato a vincere.

Prima tesi. L’elettore privato della coalizione
Dal punto di vista dell’elettore, il cambiamento che la riforma introduce non è di poco conto: voterà solo per il partito e non per la coalizione. Quest’ultima esisterà solo in modo virtuale come libero rapporto tra i partiti che indicheranno un Premier, che però scompare dalla scheda. Tutto è mediato dal partito, la coalizione esiste perché voluta dal partito, fin quando esso la vuole.
Finisce la doppia cittadinanza, di elettore di partito e di coalizione. E’ come se all’improvviso scomparisse l’Unione Europea e tornassimo agli Stati nazionali con una debolissima confederazione. La fine di qualsiasi rapporto diretto, sulla scheda, tra cittadino e coalizione non potrà non avere conseguenze sulla tenuta della coalizione.

Seconda tesi. Il concetto di rappresentanza subisce un colpo mortale.
Dal punto di vista dei dirigenti di partito, l’esito è la più spettacolare e inedita concentrazione delle democrazie occidentali nel decidere ai vertici i rappresentanti dei cittadini. Finisce il rapporto controllabile tra eletto ed elettore nel collegio uninominale, pur limitato dalla logica del turno unico e del negoziato tra i partiti per i candidati uninominali.
La critica alle scelte oligarchiche per i collegi si ritrova con una risposta ancor più oligarchica. La scelta è solo dire un Sì o un No a lunghissime liste in cui i primi sono sicuri di essere eletti, gli ultimi sono dei prestanome e rischia solo qualcuno in mezzo.
Rischia non già per l’aleatorietà dei risultati, ma per le decisioni sovrane dopo il voto dei medesimi dirigenti di partito. Potendosi candidare questi ultimi in tutte le circoscrizioni, saranno loro dopo il voto col gioco delle opzioni a decidere anche la sorte di coloro che stanno in mezzo alla lista.
Qui c’è qualche incrinatura nella maggioranza: presentano emendamenti i sostenitori delle preferenze, con un rimedio sconosciuto all’Europa civile e ben noto nelle sue conseguenze negli atti giudiziari di tangentopoli sul mercato delle preferenze.
Le alternative che ci propone la maggioranza oscillano quindi tra un regime partitocratrico senza partiti e un regime fondato sulle risorse economiche raccoglibili dai singoli candidati.

Terza tesi. Se non puoi governare, impedisci agli altri di poterlo fare.
Il sistema vigente è stato criticato perché realizzerebbe coalizioni per vincere e non per governare, imponendo di imbarcare più alleati possibile e dando troppo condizionamento alle estreme. Ma qui basta un voto in più per vincere e quindi bisogna costruire ancora più liste alleate.
Oggi, poi, le nostre coalizioni raccolgono circa il 47% dei voti e, col Mattarellum, hanno un “premio implicito” che le porta dieci punti sopra, al 57%.
Il potere di ricatto lo hanno partiti col 7% dei seggi e con circa il 5% dei voti. Non potendo vincere, la Cdl lo abbassa al 54% dei seggi, il che vuol dire che un partito che ha avuto più o meno il 3% dei voti (tutti coloro che hanno superato lo sbarramento del 2% nelle coalizioni) può ricattare ancora di più.
Intanto la Cdl risparmia 40-50 seggi, ma, soprattutto, i gruppi più vicini al centro, possono anche sperare di rientrare in gioco prima dei cinque anni, se qualche piccolo gruppo rompe la maggioranza. Il ritorno del centro come antica palude, bramosia per i gruppi dirigenti, disastro per il Paese.
Se poi gli uni riuscissero a vincere in una Camera e gli altri nell’altra, quale stupenda occasione di governare quasi tutti insieme, senza stare 5 anni a pane e acqua!
Di fronte a tali rosee prospettive per i parlamentari di una maggioranza in rotta, a 40-50 seggi in più recuperati con un tratto di penna, non sarà niente affatto facile che il segreto dell’urna alla Camera, a cominciare dal voto della motivatissima pregiudiziale di costituzionalità dell’Unione (che merita di essere letta perché spiega, tra l’altro, che dare un premio a chi promette un Premier di legislatura senza poterlo mantenere sia una truffa alla sovranità popolare), riveli l’esistenza di ben 50 franchi tiratori.

Quarta tesi. Purtroppo non sembrano esserci per ora nel centro-destra uomini di Stato.
L’ultima notazione ci fa notare una persistente anomalia italiana. In vari sistemi la lealtà di partito, di fazione, sembra prevalente rispetto alle qualità di uomini di Stato, che si rivelano tali quando sono disposti ad andare controcorrente rispetto a prove di forza del loro schieramento, volute solo a fini di parte.
Tuttavia è difficile che in ogni schieramento non ci sia almeno qualcuno che, almeno per il fatto di aver ricoperto cariche istituzionali, non sia sensibile alle ragioni del bene comune.
Per ora non leggiamo nessuno che nel centro-destra minacci dimissioni e scriva parole come le seguenti: “Ogni dimissione è uno strappo..Non è il momento, si dice. Altri utilizzano formule che feriscono di più, non potendo immaginare che la coscienza possa guidare le proprie scelte.
Ci sono dei momenti della vita in cui ciascuno fa delle scelte…Per principio mi sono sempre prefisso di dire la verità e di agire in modo vero...
Questi sono i motivi che mi impediscono di approvare una riforma che giudico pericolosa per l’equilibrio delle istituzioni e l’interesse generale della Francia”. Trovate il testo integrale su “Le Monde” del 5 aprile 1985: è la lettera di dimissioni del Ministro dell’Agricoltura Michel Rocard contro François Mitterrand, che, sapendo di perdere le elezioni, voleva far votare alla sua maggioranza il ritorno alla proporzionale perché Le Pen potesse prendere un 10% di voti e di seggi impedendo al centro-destra di prendere una maggioranza assoluta. Al momento non vediamo nessun Rocard all’orizzonte ed anzi vediamo che alcuni che erano ritenuti uomini di Stato sono fra i registi dell’operazione. Ma ci auguriamo ardentemente di essere smentiti.

Quinta tesi. Si possono e si debbono pensare sin d’ora delle subordinate politiche.
Com’è noto nel 1985, nonostante le dimissioni di Rocard, la legge proporzionalista passò.
I due partiti del centrodestra, gollisti e giscardiani, annunciarono sin da subito che si sarebbero presentati insieme, in modo maggioritario, al voto e che la loro prima legge sarebbe stata la restaurazione dell’uninominale a doppio turno.
Funzionò perfettamente: gli elettori diedero alla lista unitaria la maggioranza assoluta dei seggi.
Come scrivono i politologi Duhamel e Parodi ciò fu possibile perché gli elettori, abituati al maggioritario, non potevano apprendere subito la logica del nuovo sistema e quindi quella scelta in controtendenza, che capitalizzava anche il dissenso di parte dell’opinione pubblica per la sua evidente strumentalità, poteva ben essere efficace.
Non sarebbe il caso, sin da subito, di valutare se le scelte fatte a suo tempo, dentro il Mattarellum, sulla presentazione di molte liste nella parte proporzionale della Camera, siano ancora valide o se invece non convenga la strategia vincente del centro-destra francese del 1986?
A questo quesito si possono dare risposte diverse, ma il quesito non è eludibile, anche perché il problema di dove e come eleggere in Parlamento Romano Prodi non può essere accantonato come secondario o irrilevante.




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