Monitoraggio 2004 della spesa in politiche del lavoro - di Francesca Romana Capone
05/10/2005 -- Per la prima volta negli ultimi anni, la spesa in politiche passive supera gli interventi in politiche attive. Lo dicono i dati del Minwelfare. Le risorse destinate al mercato del lavoro sono diminuite lo scorso anno rispetto ai due anni precedenti soprattutto a seguito della contrazione della spesa in politiche attive, a fronte di un contenuto aumento di quella in politiche passive, dovuta – si legge nello studio – alla “scarsa crescita economica” e alle “difficoltà manifestate da grandi imprese e da interi settori produttivi”.
L’1,2% del Pil contro una media europea del 2%: è questa la quota di spesa pubblica che l’Italia ha destinato alle politiche del lavoro nel 2004, passando da 17 miliardi 200 milioni del 2003 a 16 miliardi e 400 milioni.
Lo spiega l’ultimo aggiornamento del ministero del Welfare effettuato secondo lo schema della rilevazione Labour Market Policy dell’Eurostat.
Le risorse destinate al mercato del lavoro sono diminuite lo scorso anno rispetto ai due anni precedenti soprattutto a seguito della contrazione della spesa in politiche attive, a fronte di un contenuto aumento di quella in politiche passive, dovuta – si legge nello studio – alla “scarsa crescita economica” e alle “difficoltà manifestate da grandi imprese e da interi settori produttivi”.
Per la prima volta dal 2001, la spesa in politiche passive ha superato quella in politiche attive: si tratta peraltro della composizione tipica della spesa che si registra a livello europeo (nel 2003, 134 miliardi e 700 milioni contro 65 miliardi e 600 milioni di euro circa nella media Ue). Dei circa 16 miliardi e 400 milioni di euro spesi complessivamente in Italia nel 2004, infatti, 8 miliardi e 800 milioni hanno interessato le cosiddette misure passive (trattamenti di disoccupazione e pensionamenti anticipati), mentre 7 miliardi e 600 milioni sono andati alle politiche attive relative al potenziamento dei servizi per l’impiego, alla formazione professionale, ai contratti a causa mista, agli incentivi alle assunzioni e a quelli alla stabilizzazione e al mantenimento dell’occupazione, agli sgravi territoriali, alla creazione diretta di posti di lavoro e agli incentivi all’autoimpiego. Se si guarda al 2003, la spesa per queste ultime voci è diminuita di circa 1 miliardo e 600 milioni, mentre quella in politiche passive è cresciuta di 700 milioni di euro. Lo studio analizza anche le spese relative ad alcune voci peculiari del nostro mercato del lavoro, non contemplate dalla classificazione europea: gli sgravi settoriali (2 miliardi 650 milioni circa nel 2004), la decontribuzione delle quote di salario variabile (510 milioni) e le azioni di sistema nel campo dell’istruzione e formazione professionale (1 miliardo 700 milioni).
La flessione della spesa in politiche attive è dovuta in larga misura al contenimento del bonus occupazione, dopo il successo registrato nel 2001 e 2002.
Anche dello sgravio triennale previsto nel 1999 si vedono solo le code. Allo stesso modo, un peso lo ha il ridimensionamento del bacino dei lavoratori socialmente utili, tradizionalmente considerati nell’ambito delle politiche attive, nella voce di creazione diretta di posti di lavoro (153 milioni e 600 mila euro nel 2004 contro i quasi 366 milioni dell’anno precedente), nonostante la loro natura di sostegno al reddito.
Cresce invece, nel biennio 2003-2004, la spesa per la formazione professionale (1 miliardo e 380 milioni di euro nel 2004, contro 612 milioni nel 2002), con l’entrata a regime della programmazione FSE e con l’introduzione di strumenti nuovi quali i fondi interprofessionali per la formazione continua (63 milioni di euro nel 2004) e le risorse destinate alla spesa regionale per la formazione nell’apprendistato. Per quanto riguarda i contratti a causa mista, si conferma l’andamento divergente, con l’apprendistato che occupa via via il posto dei contratti di formazione lavoro (Cfl). Cresce anche la voce di spesa relativa agli incentivi all’autoimpiego: dopo uno stop nel 2002, le assegnazioni sono aumentate fino ai 620 milioni di euro registrati nel 2004.
Nella composizione della spesa rientra anche il bonus per rimandare la pensione, sepure la rilevanza è limitata: 800 soggetti all’ottobre 2004, in calo rispetto ai 1.500 del giugno 2003. Lo studio traccia però un primo identikit dei beneficiari del bonus: si tratta prevalentemente di soggetti con alta retribuzione e spesso di persone che avrebbero comunque posticipato la pensione.
Per quanto riguarda i beneficiari della spesa in politiche attive, diminuisce il numero delle agevolazioni all’assunzione di disoccupati da oltre 24 mesi e di soggetti svantaggiati: dalle 400 mila unità della prima metà del 2003, sono scesi di oltre 100 mila nel corso del 2004.
Anche i beneficiari dei contratti a causa mista diminuiscono, ma l’aumento dell’apprendistato – che ha vantaggi più consistenti – fa crescere la spesa.
Quasi 80 mila gli ex apprendisti stabilizzati nel 2004. I dati tengono conto degli ultimi 16 mila Cfl, in via di esaurimento nel 2005, e del primo avvio dei contratti di inserimento lavorativo (Cil), la cui platea di riferimento è costituita prevalentemente da soggetti da reinserire, più che da giovani. La partenza dei Cil è stata lenta: a ottobre 2004 ne erano stati attivati 24 mila, a dicembre si stima 33 mila. Il 74% di questi contratti ha interessato giovani sotto i 29 anni, non coperti da alcuno sgravio, un 20% fruisce invece dello sgravio massimo (legato a fattori territoriali, settoriali e dimensionali delle aziende). Le donne sono solo il 9,2%, gli over 50 l’8,2%.
L’aumento delle politiche passive è stato determinato soprattutto dalla congiuntura economica negativa, che ha fatto crescere i trattamenti di disoccupazione, mentre i prepensionamenti sono rimasti praticamente stabili.
È stato inoltre registrato un incremento dell’utilizzo della mobilità e della cassa integrazione in deroga mentre, nel 2005, è atteso un ulteriore aumento determinato dalle misure sugli ammortizzatori sociali contenute nel decreto sulla competitività.
Per quanto riguarda i beneficiari della spesa ‘passiva’ (aggiornati al 2003), aumenta il numero delle prestazioni di indennità di disoccupazione non agricola ordinaria (circa 273.500 nel 2003 contro 242.000 nel 2002), a seguito dell’estensione fino a 9 mesi per gli ultracinquantenni e della maggior generosità dei contributi.
Cresce anche il numero dei beneficiari della mobilità – quasi 100 mila l’anno -, mentre stabile è lo stock dei sussidi agricoli e delle indennità non agricole a requisiti ridotti.
Guardando infine agli interventi non compresi dall’Eurostat, la decontribuzione assume un rilievo crescente, specialmente nelle imprese più grandi. Essendo legata a riconoscimenti non mensili, il numero delle imprese e dei lavoratori che usufruiscono di questi benefici è concentrata nei mesi centrali dell’anno, in relazione spesso alla corresponsione di mensilità aggiuntive.
Lo spiega l’ultimo aggiornamento del ministero del Welfare effettuato secondo lo schema della rilevazione Labour Market Policy dell’Eurostat.
Le risorse destinate al mercato del lavoro sono diminuite lo scorso anno rispetto ai due anni precedenti soprattutto a seguito della contrazione della spesa in politiche attive, a fronte di un contenuto aumento di quella in politiche passive, dovuta – si legge nello studio – alla “scarsa crescita economica” e alle “difficoltà manifestate da grandi imprese e da interi settori produttivi”.
Per la prima volta dal 2001, la spesa in politiche passive ha superato quella in politiche attive: si tratta peraltro della composizione tipica della spesa che si registra a livello europeo (nel 2003, 134 miliardi e 700 milioni contro 65 miliardi e 600 milioni di euro circa nella media Ue). Dei circa 16 miliardi e 400 milioni di euro spesi complessivamente in Italia nel 2004, infatti, 8 miliardi e 800 milioni hanno interessato le cosiddette misure passive (trattamenti di disoccupazione e pensionamenti anticipati), mentre 7 miliardi e 600 milioni sono andati alle politiche attive relative al potenziamento dei servizi per l’impiego, alla formazione professionale, ai contratti a causa mista, agli incentivi alle assunzioni e a quelli alla stabilizzazione e al mantenimento dell’occupazione, agli sgravi territoriali, alla creazione diretta di posti di lavoro e agli incentivi all’autoimpiego. Se si guarda al 2003, la spesa per queste ultime voci è diminuita di circa 1 miliardo e 600 milioni, mentre quella in politiche passive è cresciuta di 700 milioni di euro. Lo studio analizza anche le spese relative ad alcune voci peculiari del nostro mercato del lavoro, non contemplate dalla classificazione europea: gli sgravi settoriali (2 miliardi 650 milioni circa nel 2004), la decontribuzione delle quote di salario variabile (510 milioni) e le azioni di sistema nel campo dell’istruzione e formazione professionale (1 miliardo 700 milioni).
La flessione della spesa in politiche attive è dovuta in larga misura al contenimento del bonus occupazione, dopo il successo registrato nel 2001 e 2002.
Anche dello sgravio triennale previsto nel 1999 si vedono solo le code. Allo stesso modo, un peso lo ha il ridimensionamento del bacino dei lavoratori socialmente utili, tradizionalmente considerati nell’ambito delle politiche attive, nella voce di creazione diretta di posti di lavoro (153 milioni e 600 mila euro nel 2004 contro i quasi 366 milioni dell’anno precedente), nonostante la loro natura di sostegno al reddito.
Cresce invece, nel biennio 2003-2004, la spesa per la formazione professionale (1 miliardo e 380 milioni di euro nel 2004, contro 612 milioni nel 2002), con l’entrata a regime della programmazione FSE e con l’introduzione di strumenti nuovi quali i fondi interprofessionali per la formazione continua (63 milioni di euro nel 2004) e le risorse destinate alla spesa regionale per la formazione nell’apprendistato. Per quanto riguarda i contratti a causa mista, si conferma l’andamento divergente, con l’apprendistato che occupa via via il posto dei contratti di formazione lavoro (Cfl). Cresce anche la voce di spesa relativa agli incentivi all’autoimpiego: dopo uno stop nel 2002, le assegnazioni sono aumentate fino ai 620 milioni di euro registrati nel 2004.
Nella composizione della spesa rientra anche il bonus per rimandare la pensione, sepure la rilevanza è limitata: 800 soggetti all’ottobre 2004, in calo rispetto ai 1.500 del giugno 2003. Lo studio traccia però un primo identikit dei beneficiari del bonus: si tratta prevalentemente di soggetti con alta retribuzione e spesso di persone che avrebbero comunque posticipato la pensione.
Per quanto riguarda i beneficiari della spesa in politiche attive, diminuisce il numero delle agevolazioni all’assunzione di disoccupati da oltre 24 mesi e di soggetti svantaggiati: dalle 400 mila unità della prima metà del 2003, sono scesi di oltre 100 mila nel corso del 2004.
Anche i beneficiari dei contratti a causa mista diminuiscono, ma l’aumento dell’apprendistato – che ha vantaggi più consistenti – fa crescere la spesa.
Quasi 80 mila gli ex apprendisti stabilizzati nel 2004. I dati tengono conto degli ultimi 16 mila Cfl, in via di esaurimento nel 2005, e del primo avvio dei contratti di inserimento lavorativo (Cil), la cui platea di riferimento è costituita prevalentemente da soggetti da reinserire, più che da giovani. La partenza dei Cil è stata lenta: a ottobre 2004 ne erano stati attivati 24 mila, a dicembre si stima 33 mila. Il 74% di questi contratti ha interessato giovani sotto i 29 anni, non coperti da alcuno sgravio, un 20% fruisce invece dello sgravio massimo (legato a fattori territoriali, settoriali e dimensionali delle aziende). Le donne sono solo il 9,2%, gli over 50 l’8,2%.
L’aumento delle politiche passive è stato determinato soprattutto dalla congiuntura economica negativa, che ha fatto crescere i trattamenti di disoccupazione, mentre i prepensionamenti sono rimasti praticamente stabili.
È stato inoltre registrato un incremento dell’utilizzo della mobilità e della cassa integrazione in deroga mentre, nel 2005, è atteso un ulteriore aumento determinato dalle misure sugli ammortizzatori sociali contenute nel decreto sulla competitività.
Per quanto riguarda i beneficiari della spesa ‘passiva’ (aggiornati al 2003), aumenta il numero delle prestazioni di indennità di disoccupazione non agricola ordinaria (circa 273.500 nel 2003 contro 242.000 nel 2002), a seguito dell’estensione fino a 9 mesi per gli ultracinquantenni e della maggior generosità dei contributi.
Cresce anche il numero dei beneficiari della mobilità – quasi 100 mila l’anno -, mentre stabile è lo stock dei sussidi agricoli e delle indennità non agricole a requisiti ridotti.
Guardando infine agli interventi non compresi dall’Eurostat, la decontribuzione assume un rilievo crescente, specialmente nelle imprese più grandi. Essendo legata a riconoscimenti non mensili, il numero delle imprese e dei lavoratori che usufruiscono di questi benefici è concentrata nei mesi centrali dell’anno, in relazione spesso alla corresponsione di mensilità aggiuntive.
Francesca Romana Capone
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