Forum sulla Politica
Nasce il Forum sulla Politica di Deigma.
Abbiamo creato uno spazio di dicussione sulle dinamiche della politica italiana direttamente aperto al contributo degli associati. Il forum pubblica, inoltre, previa verifica della redazione, anche i contributi di chiunque voglia esprimere il proprio parere. I non iscritti a Deigma potranno inviare i loro testi al seguente indirizzo di posta:
forum-deigma at gmail.com
Ripartiamo da tre
Cari Amici, l’idea del Forum sulla politica mi pare non solo buona ma anche tempestiva. La nascita del partito democratico (e della possibile federazione delle libertà), i fenomeni dell’antipolitica, la questione della rappresentanza - temi che Deigma ha sempre seguito con grande interesse e con contributi spesso originali - offrono spunti interessantissimi di riflessione sociologioca, oltre che politica, .
Il Forum potrebbe rappresentare lo strumento per seguire “in diretta” da molte prospettive l’evoluzione del confronto, ormai sempre più aspro, tra politica e società in tempo reale. Ovviamente non è un Blog. Non si tratta, infatti, di farne un canale per discutere ma per riflettere. Inoltre il Blog è estremamente impegnativo (oltre che costoso) poiché implica una interazione continua. La dimensione differita ed un po’ più pacata del Forum è per noi quella giusta.
L’obbiettivo è costruire un sorta di osservatorio delle trasformazioni della politica e il forum può essere uno spazio dove collegare ed approfondire o, più semplicemente, può essere una bacheca dove “appendere” le proprie osservazioni. Dai “saggi ai sondaggi” è possibile condividere una serie di contenuti utili ad interpretare meglio la strana realtà che è sotto i nostri occhi. Per quanto mi riguarda non mancherò di contribuire e spero che altri facciano altrettanto.
Approfitto allora dell’occasione (anche per rompere il ghiaccio) per introdurre il forum riprendendo alcuni contributi pubblicati nel sito di Deigma in questi tre anni nella sezione “politica”. Li ho voluti rileggere per riprendere a ragionare sui molti spunti interpretativi che anticipavano quanto sarebbe accaduto.
Si comincia nel 2004 con un vero e proprio saggio di Stefano Ceccanti su “La trasformazione strisciante delle istituzioni”, nel quale a quindici anni dalla morte di Roberto Ruffilli, si ripercorrono le trasformazioni delle regole della rappresentanza sottolineando come nelle democrazie evolute le trasformazioni siano di norma incrementali, parziali, non immediatamente sistematiche, proprio quando il diritto tenta di dare risposte nuove alle esigenze emergenti. Al di la della perizia scientifica con cui viene ricostruito il percorso “democratico” ed i caratteri distintivi della prima e della seconda Repubblica, il testo si Stefano ha il pregio di essere quasi profetico rispetto al presente.
Nel maggio del 2005, compare sul sito di Deigma un secondo testo di Ceccanti sul tema dell’astensione ai referendum in materia bioetica. Distinguendo tra ciò che è lecito e ciò che è logico (e per le gerarchie ecclesiastiche, ad esempio la scelta coerente – dice Ceccanti - sarebbe stata quella di difendere la legge e votare no non quella di promuove l’astensione) l’articolo sottolinea come l’astensionismo, (storicamente cavalcato da tutte le forze politiche) non sia altro che l’ennesima manifestazione di un logoramento della responsabilità politica.
Sempre nel maggio del 2005 Deigma pubblica un dossier sulle elezioni regionali nel quale, con una analisi dettagliata del voto, si sottolinea un orientamento elettorale estremamente mobile, a conferma di un processo strutturale di progressiva perdita dei legami di appartenenza “politica” a vantaggio di un orientamento più pragmatico e legato alle problematiche del quotidiano e dell’impellente. E nello stesso periodo Deigma pubblica un ulteriore saggio di Ceccanti dove si raccontano le ragioni dell’unità delle forze di centrosinistra (per la prima volta senza trattino) facendo cioè corrispondere l’esigenza di unità alle trasformazioni della società ed alle richieste di un elettorato sempre più consapevole dell’utilità del maggioritario e sempre più attento alla “pragmatica” delle politica.
Ma lo sviluppo di una prospettiva maggioritaria si infrange sulla riforma elettorale del centro destra che coglie impreparata una opposizione spesso “ alla finestra” e durante una accesa discussione parlamentare sul disegno di legge (oggi in vigore purtroppo) Deigma ospita un ulteriore contributo di Ceccanti, comparso ad ottobre su un quotidiano nazionale, che di fatto anticipa con estrema lucidità quanto sarebbe accaduto successivamente. Ne Le 5 tesi per un’opposizione efficace alla Controriforma elettorale si ribadiva non solo il giudizio negativo su una riforma pessima (Il concetto di rappresentanza – scrive Stefano - subisce un colpo mortale) ma si evidenziavano i limiti della opposizione di allora (oggi governo) nel confrontarsi sul serio e finalmente con il sistema elettorale. La subordinata politica a cui pensa Ceccanti è la fiducia nel modello maggioritario mantenendo la sintonia con un elettorato stanco della frammentazione.
Su questo tema, sollecitato proprio dalle riflessioni di Stefano anche io provai a suggerire qualche spunto interpretativo sul rapporto tra le scelte in materia elettorale e gli orientamenti dell’elettorato. L’articolo, dal titolo La politica da governare partendo dalla considerazione che nelle democrazie evolute il consenso non è soltanto uno strumento di selezione della rappresentanza ma anche uno fattore di regolazione dei comportamenti della “classe” politica, sottolineava come la società italiana facesse fatica a sostenere i costi della progressiva deresponsabilizzazione, autoreferenza e inefficienza della politica e mi chiesi se non fossimo prossimi ad una riappropriazione della politica da parte della società proprio per compensarne le spinte autoreferenziali, ed i costi, e che tale riappropriazione potesse avvenire secondo il modello che Ceccanti e Vassallo proponevano da tempo e cioè selezionando i candidati con le primarie e scegliendo la rappresentanza in forma diretta.
Dopo le elezioni politiche del 2006, il commento fu affidato ad un seminario ed a due brevi articoli uno mio ed uno di Mauro di Giacomo. Nel mio caso mi limitai a chiarire il tormentone mediatico su chi avesse vinto nella “parte ricca” del paese. Citando alcuni semplici dati ricordai che nelle province dove il Centro Destra aveva raccolto alle ultime politiche più del 51 % il valore aggiunto prodotto era pari al 47% del totale nazionale. Parallelamente dove il Centro Sinistra aveva raggiunto o andava oltre il 51% si registrava una quota del Valore aggiunto pari al 47,5% del totale. Il restante 5,5% veniva prodotto nelle province dove il risultato è più o meno paritario. Questi dati finirono a Porta a Porta!.
Particolarmente interessante infine è la riflessione di Mauro di Giacomo dal titolo Dove vota la classe creativa, nella quale si analizza la distribuzione territoriale del voto in relazione alla presenza delle nuove categorie produttive che fondano sulla conoscenza le loro capacità professionali. Ne emerge un quadro particolarmente interessante, con una certa prevalenza per gli orientamenti di centrosinistra, ma dove la mobilità elettorale è altissima dove le tecnologie della rete divengo essenziali nella comunicazione politica. Il collegamento con il presente ed in particolare con la nascita del partito democratico e del movimento di grillo comprende quanto Mauro avesse visto giusto.
Purtroppo dopo l’ arcicolo di Di Giacomo, che risale ormai ad una anno fa, il flusso di contributi e riflessioni si è interrotto ma per questo è ora di riprenderlo perché la materia non manca ma è ancora scarsamente illuminata. Il Forum è un modo per accendere qualche lampadina, magari a basso consumo, sulle vicende dell’oggi.
Del resto le riflessioni avviate in questi due anni, costituiscono una buona base di partenza, soprattutto se si pensa che gran parte delle cose che abbiamo scritto e pubblicato sono ancora di estrema attualità. Nel rileggere i contributi che ho citato, sono rimasto molto colpito dalla loro intrinseca vocazione sociologica più che politologica. Una coerenza fenomenologica che oggi, a ridosso di un probabile “storico” referendum per abrogare l’attuale legge elettorale, di fronte al travagliato parto del nuovo partito democratico e soprattutto alle sempre più frequenti manifestazioni di critica o di rifiuto della politica da parte dei cittadini, ci permette di “ripartire da tre”, usando quegli spunti per alimentare questo nostro piccolo osservatorio sulle trasformazioni della politica e della società. (Maurizio Sorcioni – 29 settembre 2007).
Re: Forum sulla Politica
Cari amici,
l’invito di Maurizio a riprendere la riflessione su questa nostra insondabile società arriva in un bel momento. Perché bello? Perché in questi ultimissimi tempi si è mosso qualcosa, per lo meno nella mia attenzione verso le cose della politica. Gli eventi di per sé non sono trascendentali, seppure interessanti ma si ha la sensazione di essere arrivati a un punto di svolta, all’emergere di paradigmi nuovi che potrebbero dettare la tendenza di una fase nuova. Per quel che mi riguarda, ho difficoltà da tempo a dare giudizi netti su quello che gli strumenti di comunicazione mi raccontano e devo ammettere che un po’ invidio i portatori di verità relative. Pertanto mi limiterò a formulare qualche domanda su due temi legati tra loro: il rapporto tra politica e società civile e la nascita del Partito Democratico. Spero così di contribuire a stimolare il dibattito su questo Forum.
Prendiamo il tema del rapporto tra politica e società civile. Esso va inquadrato nel ben noto fenomeno di lunga deriva di autoreferenzialità (“castizzazione” secondo il dire odierno) secondo cui le famiglie professionali o i gruppi di interesse tendono a creare linguaggi e modi di intendere la realtà propri, con il risultato di uno scarso collante collettivo. La rabbia esistente oggi verso la classe politica, che si comprende bene, emerge perché l’operato dei politici è giustamente giudicato dagli elettori ma non credo che altrettante ingiustizie e sperequazioni non siano presenti in altri campi, penso al trattamento economico dei manager ma anche all’evasione fiscale di certe categorie di professionisti. Veniamo alla nascita del Partito Democratico. Ciò che mi colpisce, per lo meno in queste primarie, è la totale assenza di un dibattito sui contenuti. Le comunicazioni che mi giungono riguardano solo nomi (“sto con quello piuttosto che con quell’altro”) e alchimie elettorali (“ci hanno offerto il capolista in quel collegio”), il tutto in perfetta coerenza con il meccanismo di autoreferenzialità di cui sopra. Trovo veramente fatica ad appassionarmi alle primarie. Per fortuna il candidato favorito a queste primarie parla invece di contenuti e anche con determinazione e astuzia mediatica.
Le domande che dovremmo porci sono: è arrivata alla fine, non tanto per lo scandalismo odierno ma per sua consunzione storica, la figura del politico di professione? Dobbiamo cominciare a pensare al ruolo del politico come a un ruolo di servizio temporaneo, eseguito da comuni cittadini che poi tornano a svolgere la loro professione?
Ai posters l’ardua sentenza,
Saluti, Federico
IL NADIR DELLA POLITICA
Faccio subito un’autoaccusa, prima che altri possano brandire contro di me l’invettiva che non lascia scampo: sono un qualunquista. Dopodiché, assolto all’obbligo delle etichettature vorrei provare a svolgere alcune brevi considerazioni sui temi della politica, approfittando del Forum che Maurizio, come sempre meritoriamente, ha insieme ad altri avviato.
Devo subito dire però che mentre condivido in pieno l’iniziativa temo non mi sarà facile condividere l’approccio al tema che sembra prendere forma. Un approccio che personalmente sento oramai distante dalla mia sensibilità oltre che dalle mie convinzioni.
Perdonerete la franchezza, ma i toni con i quali ho sentito più volte ragionare sulla politica al nostro interno mi richiamano alla mente dispute bizantine sul sesso degli angeli ingaggiate mentre tutt’intorno l’impero romano sta andando in frantumi.
Fuor di metafora, a me sembra che al nostro interno, nonostante tutto, non vi sia piena consapevolezza di quanto stia oggi accadendo nel rapporto tra cittadini e politica. Anche il termine “frattura” rischia di suonare come un eufemismo.
Trovo veramente encomiabile, se non fosse nel contempo anche colpevole, la determinazione con la quale politici, filosofi della politica e aspiranti tali si ostinano a muovere dal presupposto che questa politica e questa classe dirigente siano ancora riformabili, adoperandosi sistematicamente, peraltro con una fantasia degna di miglior causa, ad improvvisare sottili strategie, nuovi soggetti politici, raffinati sistemi elettorali.
Confesso di non subire in questo contesto alcun fascino per la chiave politologica al tema, preferendo lasciarmi sedurre più dal contributo che la sociologia della politica può fornirci per meglio comprendere cosa la politica sia realmente, che ruolo essa intrattenga con la società e non cosa ameremmo che fosse o quale rapporto desidereremmo che intrattenesse. Se facessimo questo, ci vedremmo allora costretti ad ammettere, ad onta delle anime belle, che la politica in fondo è un modo come un altro (anzi un modo assai più proficuo di altri) di garantirsi una vita, come dire, ricca di soddisfazioni; una strada alla quale chi può ricorre per ricavarne promozione individuale, acquisizione di potere, conquista di agi e talora ricerca di impunità, quando tutto ciò gli viene precluso dalla professione ordinaria.
Troppo cinismo in questa posizione? Molti lo penseranno, pochi però potranno dimostrarne l’infondatezza.
Certo, mai nessuno dei protagonisti della vicenda politica arriverà ad ammetterlo, preferendo farsi scudo dietro locuzioni di grande capacità evocativa, come “spirito di servizio”, “battaglia delle idee” “democrazia”, “diritti dei cittadini”, “bene della nazione” e amenità del genere. Tuttavia i fatti sono fin troppo eloquenti.
Mi sembra già di sentire le obiezioni che stanno salendo. Ma come – molti penseranno – io conosco tanta gente che fa politica con passione e senza interessi personali. Non lo nego, ma non illudetevi, non sono costoro che guidano la partita.
Altri ancora diranno: sì, va bene la critica, ma è pensabile una società senza la politica? possiamo riformarla, rinnovarla se non ci piace, ma non certo abolirla. E infatti non si può. Propri questa è la condanna che ci è toccata in sorte. La politica è un male necessario: è indubbiamente necessaria, ma non per questo essa cessa di essere un male.
Ma – qualcun altro potrebbe aggiungere – vuoi forse dire che il male è la politica e il bene è rappresentato dalla società civile? Ma neanche per idea, non scherziamo. Lascio ai demagoghi questa contrapposizione. Io penso invece che sia proprio la società civile la prima a dover essere riformata, perché è al suo interno, nel suo sottosistema culturale, che prendono forma i vizi e i vezzi della politica, che altro non rappresentano se non la somma espressione dei vizi e dei vezzi della nostra società nazionale, in un serrato gioco di rispecchiamento reciproco.
Dunque la situazione è disperata? Quasi. Io personalmente non vedo vie di uscita se non quella di una rinascita culturale della nostra società, che si lasci alle spalle il furbismo, l’opportunismo, l’individualismo e tante altre componenti del nostro carattere nazionale. Ma questo, semmai, darà i suoi frutti solo fra molti decenni.
Nel frattempo, vedo solo una strategia difensiva: fare in modo che la politica stia lontana il più possibile dalla società e dalla vita quotidiana di ciascuno di noi. A meno che non si "campi", anche indirettamente, dei benefici che essa apporta all’ipertrofica platea di politici di 1^, 2^, o 3^ fila, portaborse, segretari, capi della struttura amministrativa con tutto il corredo di dirigenti e funzionari, insomma apparatnicki, che da essa ricavano le ragioni del loro sostentamento.
Costoro, c’è da giurarci, non potranno che accogliere favorevolmente la progressiva colonizzazione della società da parte della politica.
E tutti gli altri? Beh, a loro auguro di cuore di vivere potendola tenere a debita distanza. (Copernico – 12 ottobre 2007).
Re: Forum sulla Politica
Confesso che la riflessione di Roberto mi ha molto colpito. La nettezza della sua affermazione e la chiarezza espositiva non lasciano scampo.”Sono un qualunquista” suona infatti come un vera e propria dichiarazione di guerra alla retorica della riforma della politica. Una riforma che non c’è e non ci sarà. Almeno per i prossimi 20 anni. Ed effettivamente è difficile non scegliere la freddezza della riflessione sociologica sul ruolo futuro della politica piuttosto che parteciparne, a meno di non voler ricercare i benefici – dalle briciole al panettone – che si porta dietro. Come scrive lui stesso “Troppo cinismo in questa posizione? Molti lo penseranno, pochi però potranno dimostrarne l’infondatezza”. Colpito ed affondato. Ha ragione: è difficile falsificare questa affermazione.
Tuttavia, digerendo lentamente l’assioma qualunquista qualche “crepa “ a mio avviso nella robusta impalcatura del ragionamento di Roberto c’è. Ad esempio, se ipotizzassimo (neanche troppo per assurdo) il massimo del successo sociale per questo punto di vista potremmo immaginare che in un fantomatico sondaggio del prossimo futuro ci troveremo di fronte ai seguenti dati:
1l 90 % degli italiani ritiene che la politica sia ormai irriformabile;
il 70 % degli Italiani ritiene che sia proprio la società civile la prima a dover essere riformata;
il 60 % degli italiani si considera qualunquista;
il 50 % ritiene che la politica sia un male necessario;
il 50 % degli Italiani ritiene che sia necessario stare lontani dalla politica perché è un male
Al di la delle percentuali più o meno verosimili la prima domanda che sorge è: in che di paese vivremmo se fosse così? La seconda è mi piacerebbe viverci?. Anticipo anche io i commenti - come ha fatto Roberto – sul secondo quesito. So benissimo infatti che qualcuno potrebbe rispondermi che ti piaccia o no è il mercato bellezza. Giusto, ma mi piacerebbe viverci o no?. Torniamo però all’ordine dei fattori. Il paese che verrebbe fuori dal sondaggio sarebbe un paese molto realista ed assai poco idealista. Ma anche spietatamente ed autarchicamente individualista. Se 7 italiani su dieci ritenessero che è la società civile a dover essere riformata forse vivremmo in un luogo in cui è sempre il vicino di casa ad essere “incivile”. Se poi il 60% del paese si dichiarasse qualunquista mi chiedo quale sarebbe la percentuale di votanti. Considerando la politica “un male necessario” probabilmente anche una quota di qualunquisti andrebbe alle urne ma la propensione al voto sarebbe comunque bassa (intorno al 40%, come in USA ad esempio). Nulla di drammatico, ma è certo che bassa partecipazione e forti oligarchie politiche generano congiunture pericolose. La percentuale più controversa, quella più difficile da commentare è l’ultima: la quota di italiani che riterrebbe di dover stare il più lontano possibile dalla politica perché è un male. Se fosse sopra al 50% varrebbe il principio già introdotto da Roberto: la casta politica avrebbe pienamente colonizzato la società e buona parte dei suoi processi decisionali “a valore aggiunto”. Anche questo succede già in molti luoghi del mondo: nei paesi sottosviluppati da parte di ristrette oligarchie che usano la corruzione politica come strumento di governance ed in alcune piccole democrazie molto avanzate dove la società civile fa i suoi affari e coltiva i suoi interessi tenendo a debita distanza la politica. Paesi come la Svizzera, l’Olanda, in parte la Danimarca e la Svezia, dispongono di una stabilità sociale e di un patrimonio intellettuale individuale tale da potersi permettere una distanza naturale dalla politica, anche perché essa è stata da tempo ridimensionata e richiamata all’ordine del servizio della collettività. Da noi non sarebbe così. Oltre alla casta del potere politico ed a una frammentata e guardinga società individualista lontana dai meccanismi di rappresentanza politica, ci sarebbe poi una lunga schiera di sudditi. I più ricchi per interesse e i più poveri per necessità. Non saremmo in Danimarca ma in Colombia! Per giunta vivremmo in uno scenario immobile visto che solo una esigua minoranza di persone continuerebbe a nutrire che qualche speranza sulla possibilità di cambiare la politica. Forse con il tempo la situazione migliorerebbe ma... campa cavallo.
Ovviamente non mi piacerebbe vivere in un paese del genere. Sara forse perché la mia generazione ha visto nascere e morire gradi movimenti e grandi ideali, ha vissuto la politicizzazione e la spoliticizzazione, il localismo e la globalizzazione, le masse e l’individualismo, il terrorismo e le stragi di stato. Sarà per questa visione quasi cinematografica della storia recente che non mi piacerebbe viverci. Mi sentirei come nel film Ricomincio da capo dove Bill Murray è costretto a rivivere tutti i giorni il 2 febbraio il giorno della marmotta. Ma fin qui sarebbero fatti miei. Potrei fuggire all’estero. Ma per i miei figli mi piacerebbe un paese così?. E qui, salterebbe fuori la voglia di non “accettare lo stato di cose esistenti” di non lasciare che questo scenario si verifichi. No no! Molto meglio pensare alla politica per cosa ameremmo che fosse o riflettere sul rapporto che desidereremmo che intrattenesse con noi se non vogliamo morire di politica. Altrimenti ci aspetta tutti i giorni il giorno della marmotta. E per tenere acceso il fuoco della battaglia democratica (poiché la democrazia è il migliore degli strumenti fin ora trovati per cambiare lo stato di cose esistenti), è possibile usare meglio le armi della sociologia - come dice Roberto - per meglio comprendere cosa la politica sia realmente, che ruolo essa intrattenga oggi con la società ma anche per valutare se ci piace o no e se riteniamo debba migliorare. Fin qui comunque si tratta di un punto di vista molto soggettivo, che non ha alcuna forza contro fattuale.
Ci sono però diversi elementi empirici - quelli che Roberto richiama “i fatti” – che sembrerebbero delineare una scenario molto diverso da quello futuribile descritto dal nostro sondaggio immaginario, e che appaiono difficilmente spiegabili escludendo un sussulto civile nella società. Cosa ci fa pensare che la politica sia riformabile? Il fatto che sempre più gente manifesta contro questo sistema di relazioni politiche. Sono in tanti tra gli elettori di destra e di sinistra che mostrano una volontà crescente di mettere le briglie alla propria rappresentanza politica, richiamandola all’ordine per i suoi costi, per la sua incapacità e la sua autoreferenza. E’ come se gli azionisti intendano non limitarsi più a cambiare l’amministratore delegato ma tutto il consiglio di amministrazione. Non succede spesso ma succede. Succede nelle democrazie avanzate e l’Italia, dove la misura è colma, è una democrazia avanzata, quantomeno per livelli di istruzione, sistema sanitario e partecipazione politica. In Italia ci sono ormai milioni di persone studiano il diritto societario, vanno all’università, usano Iternet per internazionalizzare il proprio business e negli ultimi 30 anni il processo di sviluppo culturale è stato impetuoso. Possibile che questa complessa e sofisticata società italiana, accetti i costi insostenibili di questa politica e che rinunci a riformarla? Io penso che non è possibile che esista una “società civile” che pur non essendo mediamente senza peccato non accetta lo stato di cose esistenti. Credo anche che la maggioranza degli italiani sia ormai culturalmente consapevole che una riforma della rappresentanza – e quindi della politica- sia necessaria e che credo anche che i segnali di una volontà e di una intelligenza collettiva intenzionate a realizzarla sianpo già ampiamente visibili anche solo guardando i telegiornali. Altro che anitpolitica! Certo la manifestazione di questa esigenza si manifesta all’italiana – dal basso e in modo un pò furbetto - con la retorica e la frammentazione delle posizioni, ma non c’è occasione conviviale in cui qualcuno non tiri fuori l’immagine della casta. Credo che ne parlino in famiglia o con gli amici gli stessi esponenti politici.
E che il fenomeno si stia consolidando lo testimoniano anche il successo delle manifestazioni promosse dalle ali (AN e sinistra radicale) dello schieramento politico in cui la qualità della politica è sempre un tema centrale. Senza contare il fenomeno primarie - il circo come lo ha chiamato qulcuno - ha portato 3,4 milioni di persone ad attendere i fila per ore ed a pagare almeno un euro per votare. Piaccia o no è successo. E gli appening di Grillo? Troppo semplice liquidare tutto con l’etichetta “antipolitca già vista”. Qui le proposte non hanno nulla di “anti” ma sono tutte “per”. Non si tratta di estremismi ma di proposte concrete. Scomode? Troppo radicali? Forse ma per chi vede da lontano la politica sembrano piene di buon senso. Anche sul versante della legge elettorale le idee della gente sono chiarissime: semplificazione del quadro politico, meno rappresentanze inutili, modello bipolare. Altro che qualunquismo questo è un vero e proprio programma politico. Il Referendum non era gradito dalle forze politiche ma c’è. Insomma mi pare che la società civile stia prendendo le misure tanto a destra quanto a sinistra per sferrare un forte attacco alla Casta delle Caste. Ma non per ragioni ideologiche. L’obbiettivo è molto più realistico: migliorare il rapporto tra costi e benefici della politica, tra qualità e prezzo! Anche questo si è fatto nelle democrazie evolute. E tutte, soprattutto in Europa, ci hanno fatto i conti. Francesi, spagnoli, britannici e tedeschi hanno più volte punito caste e comportamenti devianti. Ma su quale tema incastrare la politica alle sue responsabilità e renderla riformabile? Io credo che sarà il tema dei diritti e dei doveri il terreno di battaglia. Per chi si richiama alla cultura del centro destra l’enfasi sarà centrata sul tema dei doveri mentre a sinistra su quello dei diritti. Ma in entrambi i casi il tema è quello della effettiva esigibilità di diritti e doveri tema in grado mettere in mora tutta la classe politica. La cultura della deroga, dei privilegi, delle corporazioni è la conseguenza di una totale autoreferenza che si alimenta proprio grazie alla soddisfazione di tanti piccoli privilegi parziali. Mi ha colpito molto un discorso di don Luigi Ciotti all’apertura di Strada Facendo un incontro sui temi dell’integrazione sociale. Uno dei padri del terzo settore, ricorda che il termine solidarietà significa poco senza diritti e che è tempo di riprendere la battaglia sulla esigibilità di qest’ultimi. La manifestazione di Alleanza Nazionale richiamava il diritto alla sicurezza dei cittadini e i doveri degli immigrati; quella della sinistra radicale reclamava i diritti dei precari i doveri dello Stato. Le associazioni dei consumatori reclamano diritti e sempre più frequentemente portano in tribunale aziende e pubblica amministrazione per la mancanza di doveri. Che la cittadinanza torni attiva lo testimonia la moltiplicazione delle denunce e dei processi per mala sanità, per violazione delle norme contrattuali, per il diritto all’autodeterminazione delle cure e così via: gli incrementi sono tutti a due cifre. Il moderno conflitto sociale, nelle democrazie evolute, è sempre più centrato sul tema dei diritti e dei doveri (concorrenza, fisco, immigrazione,sanità, lavoro rapporti con la pubblica amministrazione) e la nostra politica (nazionale e locale) , proprio per la sua evidente incapacità di renderli esigibili ha ben poco da dire. Darendorfh nel suo saggio Il conflitto sociale nella modernità di qualche anno fa indicò i diritti di cittadinanza come la sintesi di entilements e provisions.dove i primi sono le legittimazioni etico-giuridiche che includono nella sfera dei diritti, abilitando al loro godimento i provisions sono dei beni materiali, le risorse economiche, i beni e i mezzi strumentali, dello “sviluppo economico”. In Italia, soprattutto negli ultimi anni questo rapporto si è alterato ma non per i limiti dello sviluppo economico (anche recente) quanto per le difficoltà nella traduzione operativa degli entitlements esistenti di cui è responsabile proprio la classe politica. Il fatto che ai tradizionali diritti civili si siano aggiunti numerosi nuovi diritti sociali ha finito per portare alla luce i limiti generalizzati dell’azione di governo, centro alla periferia, che non ha saputo – soprattutto negli ultimi 20 anni - ridurre i privilegi a favore dei diritti. Il diritto allo studio, al lavoro ma anche alla concorrenza, alla giustizia, alla sicurezza, ad un fisco equo, sono in Italia i più fragili d’Europa e la politica ancora oggi non sembra in grado di gestire questa emergenza, come l’ha chiamata Don Ciotti senza mezzi termini.
Ed è questo, verosimilmente, il terreno su cui si giocherà la battaglia tra società civile e politica. Un conflitto quindi non contro ma per l’affermazione dei diritti attraverso il sistematico rispetto dei doveri. Non sarà certo indolore considerando proprio la molteplicità di privilegi mascherati da diritti che sono andati a stratificarsi proprio a causa della inefficacia della politica (basti pensare ai prepensionamenti).Ovviamente questa resa dei conti avverrà sia che vinca la sinistra sia che vinca la destra poiché grazie al cielo si tratta di un processo di emancipazione sociale non di un conflitto ideologico. Per questo credo che ne vedremo delle belle ed almeno ancora per qualche tempo non ci sveglieremo ogni mattina nel giorno della marmotta.
Re: Forum sulla Politica
Una replica a Maurizio è dovuta intanto per la passione e la generosità intellettuale che egli mette, come al solito, nei suoi interventi. E poi per le questioni da lui sollevate che meritano una risposta. La darò in modo schematico come si addice a un Forum.
Dice Maurizio, se non ho compreso male: alcuni paesi sono riusciti a richiamare all’ordine la politica mettendola al servizio della collettività, mentre da noi questo non sarebbe possibile, perché si avrebbe la casta da un lato e una lunga schiera di sudditi dall’altro. Ma il ragionamento, a mio parere, deve essere esattamente ribaltato. E’ proprio perché non abbiamo il coraggio di prendere le distanze dalla politica che continuiamo a rimanerne sudditi (molto probabilmente c’è più “politica” in Colombia che in Danimarca, per riprendere un esempio di Maurizio). E’ perchè non lo abbiamo questo coraggio? Non lo abbiamo perchè ancora troppo estesa è la signoria della politica sulla società. Detto in altri termini, ancora in troppi traggono direttamente e indirettamente sostentamento, status, prebende, favori e così via dal sistema politico. Si è mai visto un cane azzannare la mano che gli porge il cibo? Noi soffriamo di iperpoliticismo proprio perché la società civile non ha ancora raggiunto la piena maturità e dunque ancora intrattiene con la politica - alla quale, paradossalmente, richiede ancora tutela - un rapporto pre-moderno. Per superare il quale si deve scegliere non già la strada dell’assunzione di dosi più massicce di politica, ancorché riformata, ma quella di un processo di graduale disintossicazione.
Anche sull’equazione “società con meno politica = società più individualista” posta da Maurizio, mi sento di avanzare qualche dubbio, se è vero – e mi sembra che la cosa difficilmente possa essere negata – che la guicciardiniana Italia è notoriamente un paese a forte individualismo, ma guarda caso è anche quello in cui la politica è da sempre più pervasiva.
Dice ancora Maurizio che il fatto che sempre più gente manifesti contro la politica è la dimostrazione stessa della sua riformabilità. Anche qui sono dell’avviso opposto. Intanto quel fatto dimostra che la politica è oggetto di protesta e dunque così tanto bella non dovrebbe essere. E poi proprio il fatto che venga sistematicamente contestata da anni dimostra non solo che essa non è cambiata, ma che è probabilmente peggiorata, altrimenti non si spiegherebbe l’inasprimento della protesta negli anni. Dunque se non è irreformabilità questa, come dobbiamo chiamarla?
Roberto Battisti
Re: Forum sulla Politica
Scusate il ritardo. Federico Bussi mi ha fare qualcosa sul forum un mese fa, ma non ero ancora pronto a dire qualcosa. Ora ho le idee più chiare.
Nell'imminenza delle primarie per l'elezione dei segretari nazionale e regionali del Partito democratico ero scettico. Perché scaricare sulle spalle dei potenziali elettori i problemi interni a un partito, mi chiedevo. Non è che vogliono evitare di fare le primarie serie, quelle che dovrebbero designare il candidato dello schieramento di centrosinistra a ridosso delle prossime elezioni politiche?
Ciononostante sono andato a votare e ho anche accompagnato a votare gli anziani genitori di mia moglie.
Col senno del poi devo dire che mi sbagliavo. Ero troppo diffidente. Non vedevo la cosa semplice, cioè un partito che nasceva in un modo del tutto nuovo, cioè dando un ruolo enorme all'area dei suoi potenziali elettori nella scelta delle sue strutture dirigenti. Chiunque abbia fatto politica in un partito sa quanto questa prospettiva sia diversa dalla tradizione basata sulla cooptazione e su altri su meccanismi tutti interni al partito stesso. Ed è anche probabile che un partito nato in questo modo, porterà con sé una predisposizione ad una maggiore democrazia.
Questo è il primo punto. Ha quindi ragione Federico che vede qualcosa che si muove, l'emergere di paradigmi nuovi, l'apertura di una fase nuova.
Le primarie da tre milioni e mezzo di elettori hanno eletto leader del Partito democratico una persona, Walter Veltroni, che ha promesso proprio di dare inizio a “La nuova stagione”, che è anche il titolo del libro col suo discorso programmatico, fatto al Lingotto di Torino. Ed è con uno spirito un po' naive che mi sembra giusto osservare questa esperienza. Mi sono comprato il libro. L'ho letto una volta e conto di leggerlo ancora. Per assimilarne i concetti e misurare i fatti sulla base delle promesse.
Se c'era qualcuno in Italia che poteva risultare credibile come segretario del nuovo Partito democratico era proprio Walter Veltroni. Fin dai tempi delle scuole medie superiori, Veltroni non nascondeva la sua passione per leader come John F. Kennedy, esterni al mondo comunista in cui pure Veltroni militava. Il Partito democratico sembra fatto su misura per lui e forse anche per noi.
Per andare avanti abbiamo bisogno di nuovi concetti su cui misurare i risultati. Uno tra i più chiari è quello dell'uguaglianza delle opportunità, non del resto. Un secondo concetto mi pare riguardare il mettere in piedi un partito PER e non CONTRO. Un terzo concetto mi pare ponga ai primi posti il raggiungimento della capacità di competere sul mercato globale.
Non so se col Partito democratico arriveremo a liquidare la figura del funzionario di partito o del politico di professione. Di certo mi auguro un ridimensionamento di questa figura. A me basterebbe che il Partito democratico fosse un luogo dove, a uno studente liceale voglioso di fare solo politica, i leader consigliassero decisamente di imparare, assieme alla politica anche un mestiere, in modo da rendere più libero sia l'individuo sia il partito.
L'importanza delle primarie per l'elezione dei segretari del Pd è confermata dai sommovimenti che ha creato a desta e a manca. A destra, le primarie democratiche hanno spinto Silvio Berlusconi a fare le sue primarie di scelta del nuovo nome del suo prossimo partito. A manca la spinta ad aggregarsi nella casa rossa è anch'essa stata in parte il frutto delle primarie democratiche.
Il secondo punto delle discussione sembra riguardare il rapporto tra politica e società. Se sia meglio allontanarsi dalla politica o riavvicinarsi. Se sia meglio cercare di ingraziarsi la casta oppure lottare contro di essa. La prima considerazione che mi viene è come quella che riguarda l'ambiente: quasi tutti siamo, al tempo stesso, inquinati come pedoni e inquinatori come automobilisti. In molti siamo in qualche misura coinvolti nel sistema della casta politica. A parità di capacità, e spesso anche a disparità di capacità, è la raccomandazione che decide chi va avanti.
La soluzione di lungo termine a questo problema è la lenta costruzione di un ruolo più indipendente nel proprio ambito professionale. La politica va scoperta e riconquistata nelle piccole e grandi cose cose del proprio lavoro e della vita di ogni giorno. A quel livello è più facile trovare delle risposte giuste ai problemi. Se faccio un sito Internet che risponde alle specifiche per i disabili faccio già buona politica. Se faccio adottare alla scuola di mio figlio il pacchetto gratuito OpenOffice ho già fatto un'azione politica positiva, verso maggiori opportunità di partenza per tutti. Se ogni due giorni faccio cento metri in più per portare i rifiuti ai cassoni di raccolta differenziata, sono un ausiliario dell'Ama e sto già facendo qualcosa di politico.
Meno politica partitica, se volete, ma più politica nello specifico. Questo è un pensiero autocritico che rimanda agli anni Settanta. Sono convinto che molte cose negative emerse in quegli anni e in seguito siano dovute all'errore di essersi messi a fare una politica troppo generale, che inevitabilmente portava lontano, a un impegno politico partitico che più si ampliava come discorso e più diventava senza qualità propositiva. In altre parole, per esempio, noi avremo dovuto stare di più nella scuola e assumerci la responsabilità di fare non solo le lotte ma anche di costruire pezzi di scuola modificata e migliore. Forse fare ciò non era possibile, però io sento di aver sbagliato qualcosa a livello personale se oggi la scuola è in uno stato così negativo.
La cosa mostrata