Anno II Numero 250 del 07/09/2010
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

TRASFORMAZIONI DEGLI ASSETTI DI WELFARE - Istat

14/05/2004 -- Il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del Paese nel 2003, dedicato in particolare all'analisi delle opportunità e dei limiti dello sviluppo nella prospettiva europea approfondisce - nel capitolo 5, di cui si propone una sintesi - le complesse trasformazioni nell'assetto del welfare.

· Nel periodo 1995-2002 il reddito disponibile del settore delle famiglie aumenta del 28 per cento. Tra il 1990 e il 2002 cresce anche la quota di reddito che rimane alle famiglie dopo il processo di redistribuzione (dall’88 al 90 per cento).
· Le regioni col più alto reddito pro capite sono Emilia Romagna e Trentino Alto Adige, mentre agli ultimi posti figurano Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.

· Nel processo di redistribuzione del reddito, le imposte correnti aumentano del 37,7 per cento e i contributi sociali del 19,3 per cento. Le prestazioni sociali, invece, crescono del 38,8 per cento. Aumenta di un punto percentuale la quota di imposte e contributi versati dalle regioni del Mezzogiorno (dal 21,3 al 22,3 per cento), che registrano, peraltro, il più basso incremento di prestazioni sociali ricevute.

· La pressione fiscale corrente (incidenza delle imposte correnti sul reddito disponibile) risulta più elevata in Lombardia e nel Lazio (entrambe intorno al 15 per cento); in generale, diminuisce la forbice tra il Nord e il Mezzogiorno grazie alla dinamica crescente delle imposte nelle regioni meridionali

· Nel 2002, la Lombardia è la regione con il più elevato livello di spesa equivalente (2.276 euro mensili), seguita da Emilia Romagna e Valle d'Aosta. Fanalino di coda è invece la Calabria (1.314 euro), preceduta da Campania e Basilicata. Lombardia e Veneto sono le regioni che presentano al loro interno una distribuzione della spesa per consumi più omogenea, mentre in Molise e in Trentino-Alto Adige è più elevata la variabilità tra i livelli di spesa.

· Nel 2002 risultano povere, in termini relativi, 2 milioni 456 mila famiglie, pari all'11 per cento del complesso delle famiglie, percentuale in linea con la media europea.

· La povertà è più diffusa tra le famiglie numerose: il 24,4 per cento di quelle con tre o più figli, infatti, risulta in condizione di povertà. Questa percentuale sale al 31,8 per cento nel Mezzogiorno. Tra gli anziani i livelli di incidenza della povertà raggiungono il 15,7 per cento nel caso delle coppie e il 13,3 per cento per quelli che vivono da soli.

· L’incidenza di povertà osservata tra le regioni del Centro-nord è sempre inferiore rispetto alle regioni del Mezzogiorno. I valori minimi, inferiori al 4 per cento, si osservano in Lombardia e Veneto, quello più elevato in Calabria (29,5 per cento). Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia sono le regioni del Nord con il maggior numero di famiglie povere (circa il 10 per cento). Nel Mezzogiorno la situazione meno grave si registra in Abruzzo (18 per cento).
· L'8 per cento delle famiglie (poco meno di 1 milione 800 mila) è quasi povero, cioè presenta livelli di spesa per consumi molto vicini a quelli delle famiglie povere. La percentuale più bassa si osserva in Lombardia (3,9 per cento), quella più elevata in Campania (14,5 per cento).

· Il 9,5 per cento delle famiglie lamenta difficoltà di accesso ad Asl o pronto soccorso, a causa di problemi di lontananza o affollamento: il disagio riguarda più spesso le famiglie povere, per le quali l’incidenza è doppia rispetto a quelle non povere. 14 famiglie su 100 dichiarano di aver avuto difficoltà nel sostenere le spese relative all’affitto, mentre per il 9 per cento delle famiglie risulta difficile pagare le bollette o acquistare vestiti.

· Nel 2001 la spesa dell'Ue per prestazioni di protezione sociale è pari in media al 26,4 per cento del Pil. L’Italia si colloca nel gruppo dei paesi con incidenza inferiore alla media europea, con un valore del 24,5 per cento.

· Nel 2001 la spesa pensionistica dell'Ue è pari mediamente al 12,5 per cento del Pil, mentre in Italia la quota raggiunge il 14,7 per cento. Nel nostro Paese l’incidenza della popolazione anziana è cresciuta nel periodo 1991-2001 dal 15,1 al 18,7 per cento, mentre in Europa, nello stesso periodo, si è passati dal 14,7 al 16,3 per cento.

· Tra il 1999 e il 2002, la spesa per prestazioni previdenziali è in costante crescita, passando dai 177 miliardi di euro del 1999 ai 213 miliardi del 2002. L'incremento medio nel triennio è pari al 6,7 per cento, a fronte di un aumento del 5,8 per cento delle entrate per contributi sociali. Questi ultimi coprono i tre quarti della spesa previdenziale (76,2 per cento); tale quota è pari all’84,2 per cento al Nord, si abbassa al 79,2 per cento nel Centro e scende al 59,2 per cento nel Mezzogiorno.

· Tra il 1991 e il 2001 cresce la quota di spesa sanitaria a carico delle famiglie, passando da circa 10 miliardi di euro (17,3 per cento del totale della spesa sanitaria) a 22 miliardi di euro (22,6 per cento). La quota più alta della spesa sanitaria privata si registra nelle regioni del Nord (25,5 per cento). Nel Centro-nord diminuisce la quota di spesa a gestione diretta e di quella in convenzione e aumenta la quota a carico delle famiglie; nelle regioni meridionali la spesa a gestione diretta diminuisce (dal 49 al 45 per cento) e aumenta sia la quota di spesa in convenzione (dal 35 al 37 per cento), sia quella a carico delle famiglie (dal 16 al 18 per cento).

· Tra il 1997 e il 2002 diminuisce il numero di posti letto ordinari (da 56 a 43 ogni 10 mila abitanti) e aumenta l’attività di day-hospital. L’offerta di strutture territoriali è in crescita: gli ambulatori passano da 16,2 a 24,7 ogni 100 mila abitanti, mentre le strutture residenziali e semiresidenziali salgono da 4,6 a 11,2 ogni 100 mila abitanti. In aumento anche l’assistenza domiciliare integrata, fornita dall’87 per cento delle Asl nel 2002 contro il 69 per cento del 1997. Le strutture territoriali che erogano prestazioni diverse da quelle ambulatoriali e di laboratorio (consultori materno-infantili, servizi di assistenza ai disabili fisici e psichici ecc.) aumentano di oltre il 20 per cento.

· Nel 2002 l’ammontare delle risorse di parte corrente impegnate dai comuni per l’erogazione di servizi sociali e assistenziali è pari a 5,8 miliardi di euro (+10,6 per cento rispetto al 2001). La spesa, analizzata in base alla distribuzione dei valori per mille abitanti, risulta molto eterogenea tra le regioni: una spesa al di sopra del valore complessivamente stimato per l’Italia (pari a 101 euro), si registra nelle ripartizioni del Nord (114 euro) e del Centro (106 euro). Nel Mezzogiorno, invece, il valore della spesa risulta pari a 83 euro.

· La spesa impegnata dai comuni per l’erogazione di servizi sociali e assistenziali è stata finanziata per il 21 per cento da entrate tariffarie. Tale percentuale è pari al 28 per cento nel Nord-ovest, sale al 33 per cento nelle regioni del Nord-est, passa al 18 per cento nelle regioni del Centro e scende al 7 per cento nel Mezzogiorno.

· Le istituzioni nonprofit rilevate dall’8° Censimento dell’industria e dei servizi sono 235.232 (+283 per cento rispetto al 1991). Operano con circa 4 milioni di persone, di cui 3,3 milioni sono volontari. Il 74,4 per cento è attivo prevalentemente nel settore della cultura, sport e ricreazione

· Il volontariato è ormai una componente strutturale del panorama sociale del Paese. Il numero di persone impegnate in attività gratuite per associazioni o gruppi di volontariato in Italia è pari all’8 per cento della popolazione di 14 anni e più (circa 4 milioni di individui).

· Nel Nord-est il fenomeno risulta molto più diffuso rispetto al resto del Paese, tuttavia la partecipazione alle attività di volontariato è in aumento in alcune regioni del Mezzogiorno – specie in Basilicata (dal 4,1 per cento del 1997 al 7 del 2002), Calabria (dal 4,2 al 6 per cento) e Sicilia (dal 3,6 al 5,6 per cento) - e nei comuni centro delle aree di grande urbanizzazione (dal 4 al 6,4 per cento).

· Uomini e donne tendono a svolgere attività differenti. I primi, con frequenza maggiore, ricoprono cariche sociali, svolgono attività di coordinamento, donano sangue o effettuano trasporto di persone/cose. Le donne, invece, forniscono più spesso aiuto generico, fanno animazione, insegnano, raccolgono fondi, contribuiscono a campagne di sensibilizzazione, danno assistenza infermieristica, informazioni e aiuto telefonico.

· Solo un piccolo gruppo di volontari dichiara di entrare in contatto con soggetti in condizioni di emarginazione: immigrati (6 per cento dei volontari), tossicodipendenti (2,3 per cento), alcolisti o persone senza fissa dimora (2 per cento), detenuti o ex-detenuti (1,4 per cento) e nomadi (0,8 per cento). Il contatto con queste persone è più frequente nelle aree metropolitane e nelle grandi città.

· I giovani volontari (fino a 24 anni) si occupano prevalentemente di minori (28,4 per cento) e di giovani in situazioni di disagio (15,8 per cento). I volontari in età più avanzata (65 anni ed oltre), invece, rivolgono la loro attività soprattutto agli anziani (40,9 per cento).

·La maggioranza delle persone svolge attività di volontariato per associazioni o gruppi di ispirazione laica (51,4 per cento), ma il dato varia sensibilmente nelle diverse realtà territoriali. Nelle aree meridionali, infatti, si concentrano maggiormente i volontari che operano in associazioni di ispirazione religiosa, mentre nel Nord e nel Centro prevalgono i volontari attivi in associazioni di matrice laica.

Dal 1997 al 2001 le organizzazioni di volontariato aumentano del 56,2 per cento. La crescita è più accentuata nelle regioni del Mezzogiorno (73,0 per cento) e del Nord-est (63,8 per cento). Alla fine del 2001 i settori di attività prevalenti sono sanità (33,1 per cento) e assistenza sociale (28,6 per cento).

Dal 1999 al 2001 le cooperative sociali aumentano del 18,6 per cento, fornendo soprattutto servizi socio-sanitari.

Al 31 dicembre 2002 il numero dei titolari di pensione è pari a oltre 16 milioni; l’importo lordo medio annuo dei redditi da pensione è pari a circa 12 mila euro, per un valore medio mensile di circa 965 euro. I pensionati che ricevono importi pensionistici medio-alti sono generalmente di sesso maschile, residenti nelle regioni settentrionali e hanno un’età media intorno a 70 anni. Per contro, i beneficiari di prestazioni che si collocano nella parte bassa della distribuzione dei redditi sono per lo più donne, in prevalenza residenti nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno. Il 10 per cento dei percettori con le pensioni più basse ha un reddito medio lordo annuo di 2.100 euro, mentre il 10 per cento con le pensioni più alte percepisce più di 30 mila euro lordi all'anno.

Il numero dei pensionati residenti nelle regioni settentrionali (28,5 per cento abitanti) raggiunge un valore superiore a quello medio nazionale e a quello delle regioni centrali e meridionali dove, invece, è più elevato il numero dei pensionati rispetto alla popolazione occupata.

Nel 2002 il numero dei beneficiari di indennità di disoccupazione e di indennità di mobilità è pari a 1,6 milioni (-0,3 per cento rispetto al 2001) per una spesa pari a 3,6 miliardi di euro (+3,1 per cento rispetto al 2001). I titolari delle indennità di disoccupazione costituiscono la quasi totalità (90,5 per cento) e la quota di spesa ad essi destinata è pari al 77,7 per cento.

Nel 2001 risultano ospitate presso strutture residenziali circa 295 mila persone. I minori accolti in queste strutture sono diminuiti del 15 per cento nel corso del 2000 e di un ulteriore 4 per cento nel 2001. Tra i minori dimessi dalle strutture, circa 770 sono andati in affidamento ad altre famiglie e circa 460 sono stati adottati. Aumentano invece i minori stranieri ospitati presso le strutture residenziali, che passano da 3 mila nel 1999 a 5 mila nel 2001. Gli anziani che vivono nei presidi residenziali sono 225 mila e rappresentano il 76 per cento del totale degli ospiti, con un aumento di quelli non autosufficienti, passati dal 45 per cento nel 1991 al 66 per cento nel 2001.

Nel 2001 si registrano 13 milioni di ricoveri ospedalieri di cui 9,8 milioni in regime ordinario (76 per cento) e 3,1 milioni in day-hospital (24 per cento). Rispetto al 1994, a causa dell'invecchiamento della popolazione, aumenta la quota di ricoveri di persone con oltre 65 anni di età, passando dal 33,8 al 37,3 per cento per i maschi e dal 32,6 al 34,8 per cento per le femmine.

La propensione all’utilizzo dei ricoveri ospedalieri è più significativa nel Mezzogiorno: 221 ogni mille maschi, 233 ogni mille femmine. Nello stesso anno il tasso di ospedalizzazione in Italia è stato pari a 204 ricoveri per mille maschi e a 218 per mille femmine.

Nel corso del 2001 le organizzazioni di volontariato e le cooperative sociali hanno offerto servizi a circa 8 milioni di utenti, concentrati soprattutto nelle regioni del Nord (197 ogni mille abitanti nel Nord-est e 173 nel Nord-ovest) e del Centro (174). Nel Mezzogiorno il numero di utenti in rapporto alla popolazione residente è pari al 68 per mille.



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