Anno II Numero 250 del 07/09/2010
associazione culturale impegnata nella promozione di studi e ricerche sociali ed economiche

QUALI PROSPETTIVE PER IL SISTEMA INDUSTRIALE ITALIANO - di Andrea Bianchi

28/04/2004 -- L’attuale congiuntura negativa e la crisi dei principali gruppi industriali hanno posto l’attenzione su due questioni decisive per la competitività italiana: il ruolo delle grandi imprese nello sviluppo del sistema industriale e la spcializzazione settoriale del nostro apparato produttivo

1. L’analisi del problema

L’attuale congiuntura negativa e la crisi dei principali gruppi industriali hanno posto l’attenzione su due questioni decisive per la competitività italiana: il ruolo delle grandi imprese nello sviluppo del sistema industriale e la specializzazione settoriale del nostro apparato produttivo. Tali questioni rimandano alle riflessioni già emerse da più parti nel corso degli ultimi anni sulla adeguatezza del sistema economico italiano rispetto al mutamento dello scenario internazionale imposto dall’accelerazione del processo di globalizzazione e dalla integrazione monetaria europea. Molti indicatori macroeconomici testimoniano, infatti, la vulnerabilità del modello di sviluppo del nostro Paese, evidenziando il prevalere dei punti di debolezza rispetto agli indubbi punti di forza che tradizionalmente caratterizzato le nostre imprese. Come evidenziato dall’ultima relazione della Banca d’Italia, l’economia italiana ha registrato nel corso degli anni ‘90 un tasso di crescita mediamente inferiore rispetto a tutti gli altri Paesi industrializzati, evidenziando, al contempo, una maggiore sensibilità rispetto alle diverse crisi regionali che si sono sviluppate (quella dei Paesi asiatici prima, quella dei Paesi dell’America latina poi), ed una maggiore vulnerabilità rispetto alla crescita della concorrenza derivante dai Paesi di recente industrializzazione. In questo contesto, l’Italia ha visto scendere la propria quota sul commercio mondiale di circa 1,5 punti percentuali (dal 5% al 3,6%), ridurre il proprio avanzo commerciale, crescere il tasso di penetrazione delle importazioni. Anche sul fronte dell’innovazione i dati di confronto con gli altri paesi evidenziano un ritardo crescente del nostro sistema produttivo, ritardo che può essere misurato in termini di basso livello delle spese in ricerca e sviluppo, ridotta capacità di sviluppare brevetti e crescente migrazione di professionalità fortemente specializzate. Il comparto che sta maggiormente soffrendo la crisi di competitività è quello industriale che, nel corso dell’ultimo biennio, ha registrato una forte contrazione dei livelli di produzione (-2,3% nel 2002 e -1% nel 2003) ed una progressiva erosione della capacità competitiva di interi settori o aree. Tutti questi sintomi, la ridotta capacità di crescita, la perdita di competitività del sistema, la scarsa propensione verso l’innovazione, appaiono le diverse facce di un più complessivo indebolimento della base industriale del paese. Negli anni ‘80 e ‘90 l’Italia ha infatti accentuato le proprie specificità economiche e produttive affermando un modello di sviluppo industriale le cui prospettive appaiono minate da alcuni nodi strutturali.
Il primo nodo si riferisce ad un progressivo ridimensionamento del peso della grande industria, il cui ruolo nei processi di crescita del sistema sembra in appannamento, sia dal punto di vista della creazione di una elite industriale in grado di orientare lo sviluppo del Paese, sia dal punto di vista della capacità di traino dell’indotto. Tale crisi ha determinato un arretramento delle imprese nazionali in tutti i settori maggiormente esposti alla concorrenza internazionale.
Il secondo nodo strutturale del sistema riguarda la rigidità del modello di specializzazione settoriale delle PMI, che nel corso degli anni 90 hanno rappresentato l’asse portante dello sviluppo industriale. Il venir meno della leva della svalutazione ha accentuato la pressione concorrenziale sulle imprese italiane anche nei settori di maggiore forza del made in Italy. L’andamento delle quote di mercato su base internazionale evidenzia con chiarezza come la crescita del peso dei Paesi di recente industrializzazione si stia concentrando proprio nei comparti di maggiore specializzazione internazionale dell’Italia. Collegato a ciò si registra la persistente debolezza delle imprese italiane nei settori high tech, il cui peso sul totale delle esportazioni è rimasto in questi anni molto basso, accentuando il divario sia con l’Unione Europea che con gli USA. La dinamica del commercio mondiale ha fortemente penalizzato il modello di specializzazione italiano che vede una presenza delle imprese nazionali molto ridotta proprio nei settori che hanno sperimentato una crescita più consistente e che evidenziano maggiori prospettive di sviluppo Le difficoltà del sistema industriale italiano appaiono fortemente accentuate da una serie di diseconomie esterne che, come evidenziato nel corso dell’ultima assemblea di Confindustria determinano un contesto economico poco favorevole allo sviluppo della competitività. Si tratta in particolare delle carenze delle infrastrutture, dei difficili rapporti tra il modo imprenditoriale e gli altri sottosistemi, come quello finanziario e della ricerca, degli oggettivi ritardi della pubblica amministrazione in termini di efficienza delle procedure e della burocrazia.
I fattori di debolezza dell’industria italiana non hanno impedito l’emergere di alcuni fattori di dinamicità, che riguardano in particolare la crescita di un gruppo di medie imprese presenti sui mercati mondiali che sembrano non risentire della crisi internazionale. Si tratta in particolare di un tessuto di “mini-multinazionali” che in questi anni hanno avviato con successo processi di internazionalizzazione del sistema produttivo, processi che si sono coniugati con un rafforzamento delle unità produttive sul territorio nazionale. La presenza di questi fattori di dinamicità non riesce, comunque, a spostare l’asse del sistema industriale ed il saldo tra i fattori di debolezza e quelli di forza tende a premiare i primi come evidenziato dal peggioramento di quasi tutti gli indicatori di competitività del sistema. Gli effetti sul piano occupazionale e sociale della crisi del sistema industriale sono già evidenti. Nel corso degli ultimi due anni gli addetti della grande impresa si sono ridotti del 10% con una perdita in termini assoluti di circa 100 mila posti di lavoro. Contemporaneamente a partire dal 2001 si è avuta una crescita della CIG del 30% con punte superiori al 50% nei settori dell’auto, delle calzature e dei minerali non metalliferi (vetro e ceramica) cui si accompagna la crisi di altri settori rilevanti, quali quello delle TLC e dell’elettronica. Anche le Pmi e il sistema dell’artigianato, che negli anni scorsi avevano garantito una sostanziale tenuta dei livelli occupazionali, hanno cominciato a risentire della lunga fase di recessione con effetti molto rilevanti sulla coesione sociale di molte aree del Paese. I dati sull’andamento dell’occupazione del settore manifatturiero evidenziano infatti come, nonostante l’introduzione di meccanismi di flessibilità, nel corso degli ultimi mesi la dinamica occupazionale si sia ridotta, fino a diventare pesantemente negativa nel primo trimestre del 2004 (-0,6% rispetto al trimestre precedente).
La crisi dell’industria italiana, come purtroppo ben sappiamo, sta riguardando tutti i principali settori produttivi. Nei settori di grande scala (principalmente auto, chimica e elettronica di consumo), a partire dalla fine degli anni ‘70 abbiamo assistito ad un progressivo disimpegno del nostro sistema produttivo, che ha determinato l’uscita del nostro Paese da comparti strategici per lo sviluppo di tutti i Paesi industrializzati, come quello dell’informatica, dell’elettronica di consumo, della chimica di base, privando il sistema industriale italiano della presenza di soggetti industriali di dimensioni sufficienti a competere sui mercati globali ed altamente concorrenziali. Le recenti difficoltà che hanno investito prima la Fiat, poi alcuni stabilimenti siderurgici, confermano un arretramento della grande impresa italiana nei settori dove la competizione avviene su scala globale e dove la concorrenza internazionale è più forte. Questi comparti, che hanno contribuito in misura molto consistente allo sviluppo industriale del nostro Paese, oggi offrono un contributo assolutamente marginale allo sviluppo con effetti molto gravi sulla competitività dell’intero apparato industriale. All’interno di questi settori era infatti concentrata la gran parte della capacità di innovazione e ricerca del Paese, come dimostrano i molti successi industriali realizzati dalle grande imprese italiane fino agli inizi degli anni ‘70. In questo contesto la forte ondata di privatizzazioni avvenuta nel corso degli anni ’90 - quando l’Italia ha proceduto al più imponente processo di dismissioni di imprese pubbliche realizzato in Europa - ha rappresentato una grande opportunità per il ripiegamento di grandi gruppi industriali verso settori maggiormente protetti dalla concorrenza internazionale dell’energia, delle telecomunicazioni, delle autostrade, aeroporti, stazioni, trasporti ecc. La situazione industriale italiane è stata aggravata negli ultimi mesi dalle crisi finanziarie che hanno investito grandi imprese del settore agro-alimentare. Tali crisi, al di la delle responsabilità penali che devono essere accertate, segnalano un problema di carattere più generale e che riguarda l’insufficiente evoluzione del modello di gestione e controllo dei grandi gruppi industriali. A differenza, infatti, degli altri Paesi avanzati, il capitalismo italiano nel corso degli ultimi venti anni ha consolidato un modello di governance centrato sul ruolo determinante di poche grandi famiglie. Tale modello da un lato ha frenato la crescita dimensionale delle imprese nello scenario globale e dall’altro ha rallentato l’affermarsi di una cultura della responsabilità sociale delle imprese. Complessivamente, a fronte dei rilevanti profitti registrati dal capitalismo italiano negli anni ’90, non si è registrato un pari incremento degli investimenti produttivi determinando una generalmente impoverimento della base produttiva. Il ripiegamento della grande impresa rischia di essere pagato oggi dall’intero sistema produttivo in termini di:

  • forti costi per il sistema del welfare derivanti dal sostegno ai processi di ristrutturazione aziendale;
  • riduzione complessiva della capacità del Paese di generare ricerca ed innovazione tecnologica, dovuta al fatto che ancora oggi il 70% della ricerca privata è finanziata dalla grande impresa ed il 60% fa riferimento ai settori dell’auto, delle telecomunicazioni e della chimica;
  • tendenze verso un ritorno a gestione monopolistiche per tutti i servizi di pubblica utilità;
  • ridimensionamento delle risorse disponibile per il credito al sistema produttivo, a causa dei costi del risanamento delle crisi.
    Alla crisi della grande impresa, che si trascina ormai da tempo, si è aggiunta nell’ultimo biennio la forte difficoltà che sta interessando tutti i settori del made in Italy. Particolarmente critica risulta la situazione di alcuni comparti di grande specializzazione del nostro sistema produttivo, come quello del tessile abbigliamento (-1,8% nel 2002 e -5% nel 2003), delle calzature (-6% nel 2002 e –6,2% nel 2003), dei mobili (-7,8% nel 2003) e della ceramica (-4,1%). Nel 2003, per effetto della frenata degli investimenti, sembra essersi fermato anche il settore della meccanica che ha registrato un arretramento del 3% nella componente delle macchine e del 6% nelle macchine elettriche. In questi comparti le difficoltà della congiuntura bassa si sono coniugate con la svalutazione del dollaro e con la modifica strutturale delle condizioni di mercato, imposta dall’accelerazione del processo di globalizzazione e dalla divisone su base internazionale del lavoro. Il negativo andamento delle esportazioni italiane registrato negli ultimi due anni ha, infatti, progressivamente eroso le quote di mercato internazionale delle nostre imprese in tutti i settori di forte specializzazione. Contemporaneamente è notevolmente cresciuta la competitività delle imprese estere sui mercati italiani, come dimostrato dallo straordinario aumento del tasso di penetrazione delle importazioni che è passato dal 25 al 42% negli ultimi sette anni. Le nuove regole in materia di liberalizzazione degli scambi e l’ingresso della Cina nel WTO sono destinate ad accrescere la spinta concorrenziale dei Paesi di recente industrializzazione, determinando un benchmarking competitivo difficilmente compatibile con la struttura dei costi e dei vincoli presenti nel nostro Paese. Anche per quel che riguarda i settori più innovativi, infine, il sistema industriale italiano conferma la propria debolezza strutturale, debolezza che trova i suoi punti più drammatici nelle crisi che stanno investendo alcuni importanti poli industriali dell’elettronica e delle TLC (l’Aquila, Caserta). Le difficoltà delle imprese italiane in questi comparti appaiono legate ad un sistema produttivo che, cresciuto all’ombra del boom delle telecomunicazioni, non è riuscito in questi anni ad acquisire la dimensione sufficiente per competere su un mercato divenuto sempre più selettivo. L’assenza di grandi marchi, la debolezza del management, la mancanza di sufficienti risorse da destinare alle attività di ricerca e la preponderante presenza di multinazionali straniere hanno ridotto la presenza italiana in questi settori a poche punte di eccellenza, come quella della Stmicroelettronics di Catania, divenuta rapidamente una delle principali aziende mondiale del suo settore.

    2. La necessità di cambiare rotta

    Le analisi svolte in precedenza hanno evidenziato la necessità di porre il tema della competitività del sistema industriale al centro del dibattito politico ed economico, al fine di ridare prospettive e fiducia ad un sistema produttivo che, nonostante le difficoltà, può trovare le energie per guidare la ripresa del Paese. Il sostegno all’innovazione tecnologica, la promozione dell’internazionalizzazione del sistema, la crescita dimensionale delle imprese, la riqualificazione del rapporto tra banche e imprese, la rivitalizzazione dei territori rappresentano i temi su cui ricostruire un progetto di politica industriale che sia in grado di arrestare la crisi e porre le premesse per un rilancio dell’intero sistema manifatturiero. È chiaro, infatti, che un Paese come l’Italia non possa prescindere da un forte e competitivo apparato industriale. Stravolgere la nostra vocazione manifatturiera, in assenza di valido progetto alternativo, significherebbe infatti porre il nostro Paese ai margini dello sviluppo globale, relegandolo al ruolo di “giardino d’Europa”. Rispetto questi obiettivi occorre, in primo luogo, non allentare la tensione competitiva delle imprese. La scenario internazionale non consente, infatti, rapide scorciatoie che eludano i nodi strutturali del sistema. In questa direzione si sono mossi, anche se con qualche incertezza, i governi di centro sinistra garantendo una fase di grande rigore finanziario che ha consentito prima la graduale riduzione dei tassi d’interesse e poi la stabilità dei cambi con l’ingresso all’interno della moneta unica. L’avvio di importanti liberalizzazioni di settori strategici come quello delle TLC, dell’energia e dei trasporti, la razionalizzazione del sistema degli incentivi alle imprese ed il recupero dell’evasione fiscale completano il quadro di una strategia mirata alla riqualificazione del sistema produttivo.
    Rispetto a questa tendenza il Governo Berlusconi ha evidenziato elementi di forte discontinuità. L’orientamento generale che prevale sembra, infatti, più orientato ad assecondare le tendenze involutive del sistema, attraverso un graduale abbassamento delle prestazioni richieste al mondo imprenditoriale, piuttosto che a contrastarle. Sul piano macroeconomico si è persa trasparenza e linearità nella conduzione delle finanza pubblica, tagliando riferimenti per le imprese e le famiglie. L’assenza di segnali di recupero della fiducia degli operatori economici, anche in una fase di parziale ripresa dell’economia internazionale ed europea, segnala alcuni fattori interni di incertezza che rendono il nostro Paese meno reattivo degli altri agli stimoli esterni. La crescita dell’inflazione ed i continui attacchi all’euro non aiutano a restituire fiducia ai consumatori e credibilità alle istituzioni. Sul piano delle politiche per le imprese i provvedimenti sul falso in bilancio, nonché quelli in materia di condoni fiscali, rischiano di allentare la tensione morale del nostro sistema, offrendo facili scorciatoie nella ricerca degli equilibri competitivi. Anche per quel che riguarda l’incentivazione la ricerca affannosa di nuove strade da percorrere, in assenza di un quadro credibile dei problemi da affrontare e delle strategie da mettere in campo, ha portato ad un indebolimento degli strumenti che si erano rilevati più efficaci (crediti d’imposta sull’innovazione e sull’occupazione nel Mezzogiorno) in favore di nuove leggi di incentivazione che si sono rilevate costose ed inefficaci. Ciò vale in primo luogo per le Legge Tremonti bis, che ha assorbito milioni di euro per finanziare macchinari e capannoni, e in alcuni casi barche e macchine, in una fase in cui la presenza di un eccesso di capacità produttiva avrebbe richiesto interventi più mirati e selettivi per rilanciare competitività delle imprese. Sul piano delle politiche per il mercato, infine, si registra una forte battuta d’arresto nelle politiche per la liberalizzazione dei mercati come conseguenza di tentazioni dirigiste che si affacciano in maniera ricorrente (blocco delle tariffe delle utilities in funzione anti-inflazionistica). In questo settore, a differenza di quanto ci si potesse aspettare da un governo di “matrice liberale”, non si è registrato alcun significativo passo in avanti, lasciando inalterate le grandi e piccole rendite che caratterizzano il nostro Paese: dai grandi settori dell’energia e delle telecomunicazioni a quelli più ridotti, che vanno dagli ordini professionali, passando per i tassisti fino ai notai. Tale strategia ha portato a scaricare l’intero onere del recupero della competitività sul mercato del lavoro attraverso una forte accentuazione delle misure di flessibilità e una svalutazione dei salari. La vertiginosa crescita della conflittualità sociale appare la naturale reazione ad un Governo che, nell’incapacità di affrontare i nodi strutturali del Paese, procede per incomprensibili ed inique accelerazioni sul versante dello smantellamento dello stato sociale, come nel caso dell’attacco all’articolo 18, della riforma delle pensioni e dei tagli alla sanità, alla scuola e agli enti locali. Si tratta, quindi, di contrastare tale deriva attraverso un progetto di politica industriale che, tenendo alta l’asticella della competizione, sostenga lo sforzo di rinnovamento del sistema industriale e promuova la riorganizzazione del tessuto imprenditoriale sia nella sua composizione settoriale, sia nella sua articolazione per dimensione aziendale.

    3. Una nuova strategia di politica industriale: il recupero dei criteri di selettività delle politiche

    La necessità di intervenire sui nodi strutturali del nostro sistema produttivo, al fine di rimuovere alcune rigidità che hanno di fatto impedito una evoluzione positiva del modello di specializzazione, evidenzia la necessità di un ruolo più attivo dello Stato nella politica industriale, aggiornando l’impostazione attuata con lungimiranza dai Governi di centrosinistra nel corso degli anni ‘90. La sensazione è, infatti, che le politiche messe in campo in questi anni non siano riuscite ad intercettare i nodi strutturali del nostro sistema produttivo, determinando l’aggravarsi di una crisi già latente da qualche tempo. Ciò vale tanto per le politiche di carattere nazionale - che dopo una fase di forte interventismo culminata con la legge quadro sulla politica industriale del 1977 (Legge 675/77) e con il riordino del sistema di incentivazione degli anni ’90 ha evidenziato l’assenza di un chiaro quadro di riferimento sui temi dello sviluppo industriale - quanto per le politiche decentrate, troppo spesso legate ad una visione localistica dei problemi che ha impedito di intercettare le variabili strutturali della competitività dei sistemi produttivi. Agli inizi dello scorso decennio, il riordino della politica industriale nazionale, sotto lo sguardo attento dell’Unione Europea, aveva portato ad un’opera di razionalizzazione degli strumenti esistenti intorno ad alcuni pilastri fondamentali:

  • la trasversalità degli obiettivi, in risposta all’abbandono di strategie settoriali considerate lesive dei principi di concorrenza;
  • la trasparenza delle procedure;
  • la programmabilità dell’onere delle agevolazioni per il bilancio pubblico. Si trattava, all’epoca, di tre obiettivi strategici per restituire credibilità all’intervento pubblico, dopo la controversa esperienza della Cassa del Mezzogiorno e della Legge 64, e per ridare certezza alle imprese attraverso la creazione di meccanismi di erogazione degli incentivi pubblici efficienti e trasparenti. Tale impostazione non ci ha comunque impedito di pervenire ad una razionalizzazione degli strumenti di incentivazione, introducendo meccanismi agevolativi (in primo luogo la 488) utilizzabili anche in maniera selettiva. Il processo di decentramento attuato attraverso le leggi Bassanini e la riforma del Titolo V della Costituzione ha, inoltre, attribuito alla Regioni la possibilità di programmare gli interventi sulla base delle specifiche esigenze territoriali. Nonostante tali correzioni, la politica agevolativa degli anni ‘90 si è dimostrata neutra dal punto di vista della selettività settoriale e conservativa dal punto di vista dei contenuti degli investimenti. La neutralità settoriale è dimostrata dal fatto, che in assenza di un chiaro quadro programmatorio degli interventi, i principali strumenti di agevolazione hanno accompagnato le vocazioni tradizionali del sistema senza incidere sul mix produttivo. Per quel che riguarda invece i contenuti, va rilevato come la gran parte delle agevolazioni siano state orientate ad investimenti in macchinari, consolidando il modello di sviluppo di gran parte del nostro sistema produttivo, modello che ha visto nell’incontro tra l’industria meccanica ed i settori del Made in Italy il suo principale fattore di forza. A ciò va comunque aggiunto che tali strumenti si sono rilevati inadeguati rispetto all’obiettivo di favorire la crescita dimensionale del sistema, accentuando la frammentazione imprenditoriale. Nella stessa fase, l’azione di privatizzazione dell’industria pubblica è stata avviata nella convinzione che non esistessero settori strategici per lo sviluppo di un moderno Paese industrializzato, procedendo alla cessione di imprese ad alto contenuto tecnologico che nella maggior parte dei casi sono finite sotto il controllo di grandi multinazionali estere. Il combinato di queste strategie ha di fatto determinato la rinuncia da parte dell’operatore pubblico alla definizione di criteri di selettività delle politiche, confidando sulla capacità del mercato di garantire la più efficiente allocazione delle risorse. La ripresa di una forte capacità di programmazione degli strumenti di politica industriale appare, quindi, una condizione indispensabile per ridare efficacia all’intervento pubblico. L’introduzione di meccanismi di selettività delle politiche deve mirare consapevolmente a promuovere l’evoluzione del sistema produttivo del Paese lungo linee che appaiono a priori convincenti. Per rendere credibile tale approccio ed evitare possibili derive dirigistiche - non solo anacronistiche ma anche scarsamente efficaci, come dimostra l’esperienze dei decenni passati - occorre parallelamente sviluppare capacità di monitoraggio e valutazione d’impatto degli strumenti, al fine di correggere eventuali effettivi distorsivi degli interventi rispetto agli obiettivi prefissati. In altri termini, se negli anni passati abbiamo posto grande attenzione all’efficienza dei meccanismi agevolativi, oggi occorre concentrarsi sulla valutazione dell’efficacia delle azioni di sostegno alle imprese, in termini di rafforzamento della posizione competitiva del Paese. Rispetto a questi obiettivi le proposte si possono racchiudere in tre macro aree:
  • Potenziamento degli strumenti di analisi dell’evoluzione del sistema industriale: nel corso degli anni ‘90 l’attenzione del sistema pubblico della ricerca economica si è fortemente concentrata sui temi del risanamento e del riequilibrio finanziario, producendo proposte e strategie che hanno consentito agli operatori politici di agire all’interno di un quadro strategico chiaro e condiviso; oggi occorre spostare l’attenzione verso i temi dell’economia reale e dello sviluppo produttivo, potenziando la capacità di monitoraggio dei problemi, di proposta delle strategie e di valutazione dei risultati delle politiche.
  • Recupero della dimensione settoriale delle politiche industriali: come sottolineato recentemente anche dalla stessa Commissione europea, la politica industriale non può prescindere da una più forte attenzione verso le esigenze dei diversi settori produttivi. In questo senso occorre integrare la trasversalità degli obiettivi (formazione ricerca, tutela ambientale tutela ambientale, ecc.) con la finalizzazione degli strumenti applicativi ai diversi contesti produttivi e tecnologici. Tale esigenza è particolarmente avvertita nel nostro Paese, dove il riassetto competitivo appare molto articolato per settore, evidenziando con chiarezza la necessità di diversificare le politiche di sostegno sulla base delle problematiche specifiche dei comparti. Rispetto a questo obiettivo occorre rilanciare il ruolo degli osservatori di settore che rappresentano la sede di confronto con le parti sociali, di analisi ed elaborazione di chiare linee di indirizzo per il rafforzamento della competitività del sistema produttivo. Particolare attenzione dovrà inoltre esser posta alla rivisitazione in chiave settoriale di altri capitoli della politica industriale, come quelli relativi all’ambiente, attraverso l’adozione delle BAT settoriali già previste dalla Commissione, all’innovazione tecnologica, valorizzando in particolare gli sforzi compiuti in questa direzione da alcuni comparti di maggiore specializzazione del nostro sistema produttivo (Tessile/ Abbigliamento/ Calzature, Meccanica, ecc.), alla promozione della qualità e al corretto funzionamento del mercato dei prodotti.
  • Rivisitazione del sistema di agevolazione alle imprese: per ridefinire i termini di una nuova politica industriale occorre disporre di un sistema di incentivazione che sia rapido nel processo di gestione, con una elevata trasparenza dei sistemi di accesso, ma che recepisca, nello stesso tempo, criteri di selettività finalizzati ad obbiettivi di competitività, innovazione e sviluppo dell’apparato produttivo. Con il processo di decentramento delle competenze in materia di aiuti di Stato alle Regioni, l’onere della selettività ricade soprattutto sugli enti territoriali e sulle loro capacità di svolgere un adeguato ruolo programmatorio. Ciò non toglie, però, la necessità di mantenere un ruolo di indirizzo di politica nazionale che deve essere esercitato creando centri di competenza fortemente specializzati, in grado definire le priorità nazionali dello sviluppo, di favorire lo scambio di esperienze tra le regioni e di far emergere e diffondere le buone pratiche. In particolare occorre prevedere un’articolazione degli strumenti di sostegno basata su interventi di rango nazionale, per rilanciare i settori di scala e presidiare i settori di cerniera (distributivo e logistico) tra produzione e consumo, nonché interventi di carattere regionale o interregionale a sostegno dello sforzo di riposizionamento competitivo in atto nella gran parte dei distretti industriali italiani.

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