Pattonia, ovvero “Le fantastiche origini dei Patti Territoriali” - di Raffaele Brancati
23/11/2005 -- Pattonia era un paese bizzarro con strane regole, strani comportamenti e un’amministrazione dotata di uno straordinario senso dell’umorismo, ma anche con idee interessanti. Gli studiosi di Pattonia erano diventati famosi nel mondo per avere approfondito i rapporti tra imprese e ambiente: spiegavano come anche aziende di piccola dimensione potessero raggiungere elevati livelli di efficienza grazie a relazioni tra imprese e all’integrazione stretta tra le stesse e l’ambiente in cui operavano. Il Gran Ciambellano ebbe quindi una brillante idea: facciamo delle politiche di valorizzazione delle risorse locali per promuovere ed estendere gli aspetti benefici delle integrazioni territoriali anche nelle zone deboli: in onore del santo protettore del paese, lo strumento di politica economica fu chiamato Patto Territoriale.
L’editore aveva tuttavia rifiutato un capitolo considerandolo troppo noioso: solo da pochi mesi è stato rinvenuto il manoscritto e ve lo sintetizzo convinto che possa essere di interesse.
Si narra della nave su cui era imbarcato il Barone che, dopo due giorni e due notti di terribile tempesta, si trovò completamente fuori rotta. Con la successiva bonaccia comparve all’orizzonte una terra sconosciuta e singolare, dalla natura dolce e aspra, abitata da gente simpatica: Pattonia.
Pattonia era un paese bizzarro con strane regole, strani comportamenti e un’amministrazione dotata di uno straordinario senso dell’umorismo, ma anche con idee interessanti.
Gli studiosi di Pattonia erano diventati famosi nel mondo per avere approfondito i rapporti tra imprese e ambiente: spiegavano come anche aziende di piccola dimensione potessero raggiungere elevati livelli di efficienza grazie a relazioni tra imprese e all’integrazione stretta tra le stesse e l’ambiente in cui operavano.
Il Gran Ciambellano ebbe quindi una brillante idea: facciamo delle politiche di valorizzazione delle risorse locali per promuovere ed estendere gli aspetti benefici delle integrazioni territoriali anche nelle zone deboli: in onore del santo protettore del paese, lo strumento di politica economica fu chiamato Patto Territoriale.
L'idea piacque a tutti e subito si costituirono gruppi di discussione con le migliori menti del paese (il manoscritto non era chiaro, forse le chiamarono task force o qualcosa del genere). Mentre le discussioni avvenivano a un livello elevatissimo, con pubblicazioni e analisi di supporto, era tradizione di Pattonia definire gli strumenti operativi in un modo singolare: si inserivano in una grande scatola nera di lacca cinese bigliettini vari con regole strane e divertenti; se ne estraevano un certo numero (casuale) e si ottenevano le procedure e le regole.
Non voglio annoiare il lettore: vi riporto solo uno degli esempi - l'ultimo citato nel manoscritto - quello dei patti territoriali agricoli (ma per gli altri le cose non erano molto diverse).
I nostri simpatici buontemponi fissavano queste regole:
· le imprese potevano avere molti benefici finanziari, per averli dovevano presentare ben 33 documenti, (il divertente è che si trattava in gran parte di documenti inutili nella fase di analisi preventiva, uno solo era relativo al progetto economico);
· la cosa che sembrava più importante per l'ammissione ai benefici era la dimostrazione dei mezzi finanziari propri (scusate il relativo tecnicismo): a parte la scarsa importanza nel caso di piccoli progetti, non era neppure possibile, se non in una minoranza di casi, una dimostrazione del tutto ineccepibile sul piano formale. Quindi le analisi erano per lo più inutili per capire le prospettive di successo delle imprese finanziate, mentre si favoriva l'opportunismo di chi cercava l'ennesima via per rastrellare fondi pubblici (Pattonia aveva un sistema di aiuti alle imprese piuttosto esteso).
· I tempi per presentare le domande alla Corte erano molto accelerati con una scadenza fissa: con poco tempo e con procedure che non prevedevano un momento di indirizzo, né veri premi per chi realizzava progetti integrati, perché non “provarci” comunque raccogliendo tutte le proposte possibili presenti sul territorio? Così si potevano avere decine e decine di progetti agrituristici senza che nessuno si preoccupasse della promozione dell’insieme delle attività presenti nell’area, oppure molte iniziative frammentate in un settore già caratterizzato da eccesso di produzione.
· I soliti allegri buontemponi erano giunti a fissare regole rigorose e inspiegabili sul piano economico: si era fissato un tetto all'entità della spesa per infrastrutture (max 30%), ma soprattutto era deciso che dovessero esservi legami "fisici" tra infrastrutture e progetti imprenditoriali. L'umorismo di quest'ultimo vincolo non si coglierebbe appieno se non si sapesse che legami fisici diretti non sono possibili per alcune tipologie di interventi e nessuna teoria né esperienza poteva sostenere che l'utilità dell’infrastruttura dipendesse appunto dal legame fisico.
· Le regole strane erano numerose (tra queste quella davvero singolare che il lavoro istruttorio veniva pagato di più per le pratiche con esito positivo rispetto a quelle negative con un ovvio incentivo allo spreco) e non merita riportarle tutte.
Insomma, l'effetto era quello di creare una grande eccitazione, grande movimento ed allegria senza nessuna vera razionalizzazione: mille iniziative senza cervello.
Ma la creatività non poteva essere limitata. Nella fase attuativa, in particolare, era stato inventato un nuovo ballo, intermedio tra mazurka e minuetto: le coppie si incrociavano e si scambiavano, con ritmi scanditi da un banditore, e le carte passavano da una coppia all’altra con commenti e giudizi. Lo scopo della danza era quello di rendere più allegra l’amministrazione, ma vi era anche una giustificazione secondaria. Gli uomini del gran ciambellano si supponeva che non sapessero -o non potessero- fare le analisi dei progetti e dei piani. Passavano quindi le carte ai “mandarini”, una casta chiusa, legata alle banche di corte, che si tramandava il titolo da generazioni.
I mandarini, per tradizione millenaria, dovevano essere gli unici a saper fare le analisi istruttorie nel modo corretto. Con gli anni e con le restrizioni i mandarini non erano più in grado di valutare tanti progetti. Così, di nascosto, ma non tanto, cercavano altri notabili che potessero fare il lavoro; questi a loro volta lo passavano ad altri meno noti e così via fino a che il lavoro veniva svolto, in molti casi, dai garzoni. Risultato: ciò che al contribuente di Pattonia costava 100 veniva fatto realmente con 6 (spesso male), e ogni informazione eventualmente necessaria doveva fare un percorso lunghissimo per essere richiesta: inefficienza e inefficacia garantite.
Per di più i costi dell'analisi, elevatissimi, si confrontavano spesso con risorse finanziarie effettive modeste. Si poteva giungere a spendere l'equivalente di 100 miliardi di pattolire per erogare ai beneficiari in più anni solo 400 miliardi.
Naturalmente un'idea così condivisibile nei suoi principî e un interesse così diffuso presso gli operatori (diverse centinaia di patti, generali e specializzati, molte migliaia di operatori), non potevano che godere di un consenso generale, sia presso la corte, che presso gli stessi avversari politici. Persino le persone più critiche giungevano ad affermazioni un po’ fatalistiche e sorprendenti quando si parla di allocazione di denaro pubblico con livelli di aiuto molto alti: facciamo partire 200 patti territoriali, quelli veramente validi (pochi) saranno selezionati dal mercato, rimarranno e porteranno sviluppo.
Ci fu un facinoroso privo di umorismo che sostenne che era indispensabile un sistema diverso con più assistenza per proporre realmente progetti “territoriali” integrati, con criteri in grado di premiare le proposte economicamente valide senza troppi schemi rigidi, sbagliati e con regole cervellotiche; in più egli propose di realizzare Patti che fossero differenziati dalle politiche generali di sostegno alle imprese: fu arrestato.
Raffaele Brancati
La cosa mostrata